Lasciate in pace Marcello


Recensione a P. Paterlini, Lasciate in pace Marcello, Einaudi, Torino 2015, Euro 10.

Un romanzo breve di grande delicatezza questo Lasciate in pace Marcello, che ha il respiro di una solitudine cercata e in qualche modo salvifica, nella misura in cui rappresenta l’approdo a una dimensione più raccolta e autentica dell’esistere.

Illuminante la postfazione dell’autore, La carrozza di Dostoevskij, che ci educe in merito alla genesi e al lavorio redazionale dell’opera, nata su “commissione”, nell’estate 1996, per EL – Emme Edizioni – Einaudi Ragazzi e germogliata come una vera e propria sfida.

Sono notevoli ogni anno i numeri degli individui che spariscono senza che di loro si abbia più notizia. Tra costoro vi sono anche svariati adolescenti (nel romanzo si cita un dato risalente al 1994, quando se ne annoverarono ben 2563, quota ampiamente superata nel 2014). Ecco che da semplici dati statistici e dal fotogramma, forgiato dalla fantasia, di “un ragazzo su una bicicletta da corsa” in arrampicamento “lungo i ripidi tornanti di una strada di montagna” nasce la storia di Marcello. Essa si fonde con il mistero irrisolto della scomparsa dell’economista e accademico italiano Federico Caffè, uscito all’alba dalla sua casa a Monte Mario per non farvi più ritorno. Un caso che destò scalpore e che alcuni accostarono alla sparizione di Majorana.

Ecco che Paterlini ha voluto dare un nome, un volto e un destino diverso ai tanti adolescenti sulla cui vita forse è calato il sipario. Nel caso del ragazzo in bicicletta su una strada di montagna, infatti, la scomparsa è in realtà un volontario secessus, compiuto nel momento di massima felicità, che paradossalmente, per l’immaginario eccitato di un adolescente, può assurgere anche a culmine dell’infelicità.

Nel primo capitolo, ad accoglierci è la voce di Marcello. Il ragazzo narra in prima persona; muove da una sua fotografia, piuttosto ordinaria e per nulla annunciatrice di oscuri presagi, per poi zoomare – con lo sguardo tranciante dell’adolescenza – su un padre inadeguato, una famiglia a suo modo amata e una Lei che prenderà corpo in seguito, ma di cui non raccontiamo nulla, per chi desiderasse leggere il romanzo. Soprattutto, il protagonista, che commenta l’attenzione mediatica sorta intorno al suo caso con la caustica osservazione che “I minorenni, in un modo o nell’altro, eccitano sempre gli adulti”, ci introduce alla fine del capitolo nel sorprendente luogo in cui si trova: un convento.

Scopriremo gradualmente che questo sedicenne, Marcello, un bel giorno, ha deciso di bussare alla porta del convento in questione per chiedere asilo e i frati lo hanno accolto, dapprincipio con grande naturalezza e poi, data la particolare situazione, discutendo sul da farsi nel corso di una dibattuta riunione. È durante quell’assemblea che emerge il coprotagonista della vicenda; per ora è solo “la voce (…) di un vecchietto, ma imperiosa, forte”. Scopriremo solo in seguito che il suo nome è Federico e che anche lui ha un’intricata storia da raccontare e tanto amore da donare, che riverserà nell’atipica amicizia proprio con quel sedicenne.

 Il fascino di Lasciate in pace Marcello è riconducibile a numerosi aspetti, non ultimo lo stile, che segue il moto ondoso, ora lirico ora pronto ad approdare al vocabolo “materico”, dello spirito del giovanissimo protagonista. Tra i punti di forza, dovremo ricordare senz’altro l’ambientazione. Da secoli la vita claustrale ha colpito l’attenzione degli scrittori, a cominciare dal Petrarca del De otio religioso. Quel Petrarca che amava la solitudine del buen retiro valchiusano non ebbe la forza, diversamente da suo fratello Gherardo, di compiere la scelta radicale della vita conventuale.

La malia nasce, in questa peculiare situazione, dal fatto che è un adolescente abituato alle smanie e ai confort della modernità a immergersi in un’atmosfera che a lui pare medioevale e che pure gli accende l’immaginazione e lo fa sentire protetto. “Mi facevo cullare dalla voce cantilenante dei frati, dall’ora ancora notturna e da quegli inediti risvegli, dall’atmosfera della cappella, con il suo profumo di incenso e cera disciolta, con la luce fioca e calda, con quei cappucci che coprivano quasi interamente il viso dei monaci”. La bella ambientazione nel convento, cui pure non sono estranee le sirene della modernità con il Pentium da 160 Mhz (oggi ampiamente superato, come segnala l’autore stesso nella postfazione), trae ancor più risalto dal silenzio delle montagne circostanti. Sembra quasi che l’impervietà e la solitudine dei luoghi siano il giusto fondale di una storia tutta interiore. Un’interiorità che si rivela al lettore e un’altra, quella di Federico, che si cela, ma di cui si intuisce il tormento. E l’anima che si racconta, Marcello, è un’anima pura. Pura nel rievocare il suo primo (e forse unico) amore, impossibile da coltivare, ma non da cogliere per poi serbarne il ricordo, in un’aura in cui tutto è iperbolico – dalle sensazioni alle polluzioni –, con la fedeltà di un “monogamo assoluto”. Nel momento stesso in cui il lettore percepisce che ogni cosa è eccessiva in Marcello, non può tuttavia non affezionarglisi. In fondo Marcello è un’istanza riveniente dai nostri anni mitici. Ciascuno di noi può riscoprirla rannicchiata e assopita in sé, pronta a riaffiorare ogniqualvolta ci si riscopra a pensare, come allora, ma con una consapevolezza diversa, più amara: «Fermati, attimo, sei bello!».

Del brano La storia di Marinella De André dichiarò: “è nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”. Ci sembra che qualcosa del genere sia avvenuto in questo libro. Ai mille volti di adolescenti che svaniscono e forse giacciono là dove nessuno potrà trovarli, vittime di crimini orribili o suicidi per quel malessere che il loro cuore amplifica a dismisura, Paterlini ha regalato un finale diverso, un approdo pacificante, forse definitivo, forse momentaneo come tutto ciò ch’è proprio dell’uomo. “La mia bicicletta è ancora qui, è sempre stata qui, appoggiata al muro della cella come se l’avessi appena addossata al muro di casa”.

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