La vasca del Führer


Recensione a S. Dandini, La vasca del Führer, Einaudi, Torino 2020, Euro 17.50.

Tutto muove da una fotografia, nella narrazione de La vasca del Führer, opera di Serena Dandini.

Prinzregentenplatz 16, Monaco, 30 aprile 1945. Uscita dagli orrori di Dachau, eternati in scatti che – come quelli, ancor più terribili, di Buchenwald – ancora oggi appaiono la più veritiera rappresentazione di tutto l’orrore di cui gli uomini sono capaci, Lee Miller, fotografa, ora reporter di guerra, si faceva immortalare, dal collega e amante David Scherman, nella vasca da bagno di Adolf Hitler. Quell’appartamento dagli “interni anonimi”, dozzinali, le aveva rivelato la banalità del male, della mostruosità che si cela dietro apparenze di normalità. Ecco, quindi un atto liberatorio e provocatorio: portare il fango di Dachau, di cui erano ancora macchiati gli stivali, nel falso lindore di quel luogo. E poi, osserva la Dandini, se “lo sterminio della bellezza è l’arma preferita di ogni propaganda che si rispetti”, il fatto di infilarsi nuda nella vasca del suo più bieco profanatore, assurgeva a “personale esorcismo per scongiurare il male, una vendetta artistica contro la brutalità del potere”.

È da questa sequenza, assunta a immagine attorno a cui riannodare le fila di un’esperienza esistenziale straordinaria, all’insegna del genio e della ricerca della libertà, che la Dandini muove per esplorare la vita di Elizabeth Miller, detta Lee. Dal giorno del suicidio di Hitler, atto di cui Miller era inconsapevole quando compì quel gesto provocatorio e liberatorio al contempo, l’autrice torna all’anno 1915, all’infanzia nell’americana cittadina di Poughkeepsie. Questa stagione fu funestata dalla violenza sessuale patita nel 1914 da un amico di famiglia. Dopo quell’evento, il padre di Lee, Theodore, ingegnere, “seguita a fotografare” la figlia, con la speranza di “cancellare la macchia con la bellezza delle immagini, ma sa che dietro l’apparenza perfetta di quel corpicino si cela un malessere a cui non può porre rimedio con le sue conoscenze scientifiche”.

Quel malessere e quel corpo bellissimo, che spesso la Miller cercherà di camuffare, quasi di sconciare, trasformandosi (lei, che ne Le sang d’un poète di Cocteau aveva incarnato la statua di Venere) in “sciatta virago”, l’accompagneranno nel suo percorso di vita. Un cammino che la condurrà da modella per riviste di moda, grazie al fortunato incontro con Condé Nast, a musa-amante-collega di Man Ray sino a divenire, ossimoricamente, per la rivista simbolo del culto della bellezza e dell’eleganza, “Vogue”, reporter di guerra. In tali vesti, Lee vivrà orrori che le provocheranno un disturbo da stress post-traumatico. Il tentativo di lavare via il dolore proprio lì, nella vasca collocata in quel luogo straniante, emblema del Male stesso, non sarebbe infatti riuscito. Lee avrebbe sposato l’amato Arthur Penrose, avrebbe avuto un figlio, Antony, si sarebbe dedicata alla cucina nella cornice apparentemente idillica di Farley Farm, ma non avrebbe cessato di alimentare nel cuore quel profondo senso di dolore con cui non si può scendere a patti.

Questo di Serena Dandini è un libro intenso, che sconvolge, puntando l’obiettivo su un’esperienza individuale che si fa collettiva. Con Lee Miller, rivive una generazione di artisti (Man Ray, Cocteau, Ernst, Leonora Carrington, Picasso) che coltivò un sogno di libertà poi tradito dalla storia. L’autrice riesce a far cogliere questo anche grazie all’intreccio tra la parola e l’arte della fotografia. Emblematico è l’esempio di quello che Dandini chiama, proprio per le allusioni al quadro di Manet, Le Déjeuner sur l’herbe, con Lee e le altre donne a seno nudo, in una sorta di “istantanea di una pacifica e sensuale quiete prima della tempesta”. Questo scatto contrasta fortemente con la fotografia che dà il titolo all’opera, per cui varrebbe a commento, a nostro avviso, un’osservazione che la scrittrice avanza a fine libro: “Non c’era più traccia della ragazza spensierata che inseguiva il proprio destino nelle strade del mondo”. Si diceva, dunque, come La vasca del Führer, spesso focalizzato sull’ottica di una Lady Penrose ormai malata che rammemora il passato, sia anche il ritratto di una generazione. Di Man Ray: del furore che lo coglie quando “decide di tramutare il corpo di Lee in un bersaglio da fare a pezzi” nelle sue opere (ormai presentendo l’abbandono), come dell’aura straordinaria che quest’uomo conserva, anche fragile e anziano (ma ancora lucidissimo), quando, nella sezione finale, è protagonista con Lee di un incontro magico in cui a parlare sono gli sguardi. Di Picasso, con la sua amara arguzie; di Leonora Carrington e Dora Maas, “amazzoni intraprendenti” tradite dalla vita.

Un’opera che scava attraverso l’introspezione, per donarti all’improvviso immagini fulminee: colpisce, per esempio, il contrasto tra il canto di Chevalier e il “coro macabro” dei soldati tedeschi in controcanto, arrogante sberleffo contro chi invita a “parlare d’amore”. Un romanzo che trae forza dallo stile ora asciutto ora lirico ora espressionistico; tra le pagine più intense quelle che descrivono l’orrore di fotografie come Dead prisoners, immagini che qualunque negazionista dovrebbe vedere per poi definitivamente tacere. Si avverte, in più passaggi, un senso di rispecchiamento, con le dovute distinzioni, nel sogno e nelle sofferenze della protagonista e di accorata riflessione su una contemporaneità in cui la memoria si affievolisce e i mostruosi parti di un’irrazionalità sempre più diffusa inducono a coltivare dubbi angoscianti.

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