I delitti della salina


Recensione a F. Abate, I delitti della salina, Einaudi, Torino 2020, Euro 18.

L’ambientazione cagliaritana all’inizio del Novecento e la carica umana della protagonista, unitamente alla capacità di tratteggiare una varia umanità, rappresentano i maggiori punti di forza del bel romanzo di Francesco Abate, I delitti della salina.

Accurata la ricostruzione storica, che ci conduce nei salotti in cui si ordiscono gli intrighi di una nobiltà boriosa e senza scrupoli, così come nel tanfo del bordello della Tedde e poi ancora nelle saline (bello l’incipit “Le piramidi di salgemma si accesero di rosa”) e tra i derelitti del lazzaretto. Motore della vicenda l’affiorare “tra il fango e la sabbia” di “un corpo piccolo e sgraziato”, cui seguiranno altri ritrovamenti.

Si tratta di uno dei piciocus de crobi (“i ragazzi della cesta”), adolescenti e preadolescenti laceri e rifiutati dalla società, che sopravvivono trasportando la spesa di caritatevoli dame o svolgendo per pochi spiccioli lavori di facchinaggio. Emblemi di un’umanità emarginata, scomoda, delle cancrene che il bel mondo volutamente ignora.

A condurre un’indagine non autorizzata l’“unica giornalista donna della Sardegna”, privata del suo titolo per aver sostenuto la verità a favore delle sigaraie in un’inchiesta e “finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche di scarso valore”. Clara Maylin Simon è un personaggio affascinante, nato dalla penna di Abate e sicuramente destinato a nuove avventure. È una figura che ben si addice al clima che caratterizza l’opera. Si erge come un’isola, una zona franca in una terra in cui sordidi compromessi vigono fra l’autorità costituita e la nobiltà. La sua origine è in parte cinese, viva in quel nome Maylin (con cui non a caso un parente l’apostroferà durante l’avventura) che la donna sembra voler archiviare; orfana di entrambi i genitori, è desiderosa di conoscere quanto accaduto a suo padre, il capitano Simon, e in fondo lo spera ancora vivo. Figlia di una delle famiglie più rinomate di Cagliari, è tuttavia emarginata per l’essere “mezzosangue” e per la natura di donna desiderosa di emancipazione, indotta a sposare una delle professioni maschili par excellence. Si sente “straniera tra i cinesi, intrusa tra gli italiani”; i reietti la considerano troppo in alto, mentre i nobili la giudicano indegna del loro consorzio. Forse è per questo che Clara sarà spinta a farsi carico della piccola Martinica, bambina tra i “piciocus”. “Ha la pelle troppo scura per questa città”, dichiarerà la Simon, guardandola pensosa e non a caso, in una scena d’intensa drammaticità, la piciochedda sarà apostrofata, da un ragazzino violento, come “negra”, prima di essere aggredita con un “coltello per le cozze”.

Attorno a Clara, di cui Abate riesce a rendere in maniera netta e vigorosa la complessa personalità, tra impulsi di virago e femminilità (si veda la sua evidente sensibilità agli odori), gravitano l’amico e collega Ugo Fassberger e il bel tenente Rodolfo Saporito. Aria da zerbinotto, innamorato di Clara esattamente come il giornalista, quest’ultimo giungerà in Sardegna dopo aver prestato servizio a Napoli e si troverà a cooperare con la Simon. Saporito è un altro personaggio molto interessante, che alterna slanci generosi (epica la scena durante gli scontri tra carabinieri e proletari durante il funerale dei piciocus) a momenti in cui pare prevalere in lui un’indole calcolatrice e ambiziosa. Ben riusciti i vari comprimari: dalla coraggiosa sigaraia Sarrana – simpatica aiutante – alla piccola Martinica, dal reduce Africo, ora condannato ai lavori forzati nel bagno penale, all’odiosa contessa Dessy Pinna, arida dama dedita a una carità pelosa e narcisistica, o al dottor Callisto Rombi.

Un romanzo avvincente, dai continui colpi di scena, e dallo stile curato e suadente. Un’opera che ci trasporta in una dimensione fascinosa e che descrive accuratamente gli ambienti, connotandoli spesso (a volte in primo luogo) sotto il profilo olfattivo. Muovendosi tra il chiacchierio velenoso dei maggiorenti e gli scontri di anarchici e socialisti contro le forze dell’ordine, tra le urla folli della sifilitica Marigosa nel lazzaretto o nella tana dei piciocus, il lettore si appassiona alle vicende narrate e si affeziona ai personaggi di Abate. E se il motivo del complotto a tratti sembra trionfare, non meno trascinante è il canto vitalistico (e malinconico al contempo) dell’anarchico biondo Anacleto all’apparizione della Cio-Cio-San cagliaritana. Perché quando la speranza sembra tramontata e l’automobile sembra aver perduto inesorabilmente il carburante, forse è solo il preludio a un nuovo viaggio verso chissà quali approdi.

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