Se avessi avuto gli occhi neri


Recensione a G. Sorge, Se avessi avuto gli occhi neri, goWare, 2020, Euro 14.99.

È un lavoro interessante e di gradevole lettura questa storia familiare abilmente costruita da Gianfranco Sorge e data alle stampe con goWare.

Se avessi avuto gli occhi neri, espressione che implica un adynaton e allude al colore degli occhi di Carmelo e alla sua vicinanza fisiognomico-emotiva alla figura della madre, ci proietta nel contesto della Sicilia dei primi del Novecento, per traghettarci sino ai giorni nostri, con puntate londinesi e nel Nord Italia, seguendo le vicende della famiglia Sperlinga Della Torre.

Uno dei pregi è l’accurato scandaglio psicologico dei personaggi e non poteva essere diversamente, considerando la formazione e l’esperienza lavorativa dell’autore, “medico chirurgo, dirigente psichiatra dell’azienda sanitaria catanese e docente di Psicopatologia presso la scuola di specializzazione dell’Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo”.

Le vicende muovono dal tentato suicidio di nonna Stella, ottuagenaria, invischiata in un rapporto malato con il marito Sebastiano, quasi centenario, stanco di vivere, ma non di tiranneggiare la coniuge. Accanto ai due protagonisti, di cui l’autore ricostruisce la storia sin dalle prime interazioni amorose (per effetto delle quali la donna era stata quasi stregata dal fascino del giovane appartenente alla nobiltà ed era rimasta soggiogata dai suoi occhi neri), l’obiettivo è puntato sui loro figli, Santa e Carmelo, e sulla nipote Aurelia. Sorge adotta un impianto narrativo complesso, attraverso la variazione dei punti di vista.

L’opera è composta da due parti. Nella prima, in seguito al tentato suicidio di Stella, a narrare la vicenda è lo psichiatra che prende in cura la donna. Al suo punto di vista si alterna quello dell’anziana donna che, per fargli comprendere le ragioni che l’hanno condotta a compiere quel gesto, prende a raccontargli la propria vita e la singolare e tormentata parabola dell’amore per Sebastiano Sperlinga. Quest’ultimo è forse il personaggio più complesso del romanzo. Sorge non adotta mai il suo punto di vista, ma è il patriarca il fulcro dei pensieri e il motore delle vicende degli altri membri della famiglia. Si intuisce sin dalle prime battute che l’uomo sia affetto da un’oscura psicopatologia; non è sufficiente il retaggio machista, che ne costituisce il background culturale, a spiegare i suoi comportamenti sadici nei confronti di colei che ha scelto come propria compagna, ‘amandola’ in una modalità ossessiva e possessiva. Sicuramente in Sebastiano è viva la memoria dei don Rodrigo della tradizione (del resto, il misterioso signorotto resta il vero enigma del romanzo storico manzoniano); ammiccamenti si possono cogliere nella scena delle intimidazioni al padre di Stella, in cui rivive qualcosa della braveria di alcuni personaggi dei Promessi sposi. Sembra in parte attiva anche la memoria del feuilleton, con il motivo dell’onesta fanciulla perseguitata, qui affidato al personaggio di Stella. Sorge è molto abile nel lasciar intuire la condizione patologica dello Sperlinga, ma nel non fornirci spiegazioni sulla stessa, per cui don Sebastiano, nei suoi oscuri moventi e nella sofferenza che alimenta in sé e purtroppo infligge agli altri, rimane a nostro avviso l’elemento di maggior interesse del romanzo.

La seconda parte ci conduce al presente, in una continua staffetta tra la figlia della defunta Santa, Aurelia, narratrice interna, apparentemente il personaggio meno inquieto della storia, e Melissa, un tempo Carmelo. È proprio quest’ultima a recare in sé il significato del titolo. Secondogenito degli Sperlinga, sin dalla nascita Carmelo era stato rifiutato dal padre per gli occhi azzurri, che lo connettevano alla genia dei Santoro, famiglia della moglie, e troppo esulavano dal prototipo del maschio mediterraneo dagli occhi neri. Erano nati così l’odio-amore di Carmelo per il padre e il legame morboso con la figura materna, che l’avrebbe indotto al rifiuto della mascolinità e all’immedesimazione nel proprio punto di riferimento, la madre. Ecco dunque la scelta oggettuale di tipo omosessuale e gradualmente l’inclinazione ad abbracciare la condizione transgender. Carmelo diverrà Melissa e l’operazione per il cambiamento del sesso suggellerà la sua rinascita, poi coronata dal legame con Kadir, non a caso ‘portatore’ di bellissimi occhi neri. Il presente si alterna al racconto della vita di Melissa, con squarci anche della storia della sorella Santuzza. Per entrambi, il rifiuto del rapporto malato dei genitori e di un contesto asfissiante e carico di pregiudizi si tradurrà perfino nella rimozione dei nomi di tradizione ricevuti – anche Santa si farà ribattezzare Suza – e nell’adozione di comportamenti anticonformisti.

L’opera affronta una serie di tematiche spinose, non ultime la condizione transgender, con una raffinata analisi del senso di colpa che l’accompagna, talora non senza intenti autodistruttivi, e la delicata questione dell’eutanasia. Alcuni passaggi appaiono di un realismo piuttosto crudo, ma generalmente l’autore si accosta con delicatezza e finezza introspettiva a problematiche tutt’altro che di facile trattazione. Costante nell’opera è l’accettazione della diversità, che deve essere percepita come ricchezza, ipostatizzata nell’icona del rombo-losanga, non a caso marchio delle creazioni di Melissa.

Lo stile è curato; non mancano, con funzione mimetica, elementi dialettali. Se avessi avuto gli occhi neri è una storia che avvince e si lascia leggere scorrevolmente; quando, nel finale, si potrebbe avere l’impressione di un’impennata buonista, in virtù del generale senso di conciliazione che parrebbe trasparire, un ultimo colpo di teatro sorprende il lettore, a suggellare una narrazione in cui non conviene dare alcunché per scontato.

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