Troppo freddo per Settembre


Recensione a M. De Giovanni, Troppo freddo per Settembre, Einaudi, Torino 2020, E. 18,50.

Scorre in maniera gradevole e avvincente questo nuovo capitolo delle avventure di Gelsomina Settembre, detta Mina, l’assistente sociale presso il Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest di una Napoli di cui l’autore, Maurizio De Giovanni, mostra le ferite, così come lo splendore (si pensi al capitolo XXV, in cui è descritto l’aperitivo sulla terrazza del caffè Miragolfo).

Troppo freddo per Settembre è un giallo atipico; già a poco più della metà della narrazione scopriamo chi è il ‘colpevole’ della morte, apparentemente accidentale, dell’anziano professor Gravela, docente di Lettere in un istituto tecnico della città e ormai in pensione. Confinato in quella che pomposamente l’odiosa nuora definisce ‘dependance’, in realtà un “sottotetto, non accatastato in quanto inabitabile”, l’uomo è deceduto per le esalazioni venefiche di una stufa, dovute all’ostruzione causata alla canna dalla presenza di un nido d’uccello, particolare strano nel freddo mese di gennaio. De Giovanni segue le indagini parallelamente condotte dal magistrato De Carolis e dal macchiettistico e acrofobo maresciallo Gargiulo, tonto quanto basta per divenire sorgente inesauribile di situazioni comiche, e quelle dell’assistente sociale Mina, indotta a interessarsi alla questione dalla madre di Rosario Contini, marito della figlia di un boss, e coadiuvata dal fascinoso ginecologo Mimmo e dal lascivo portiere Rudy. Tra l’altro, al lettore che non conoscesse già il personaggio di Mina, De Giovanni riserva un coup de théâtre notevole, svelando soltanto dopo la rivelazione dell’‘assassino’ le ragioni per cui Mina conosce De Carolis. Eppure, che un legame ci sia potrebbe intuirsi sin dai capitoli secondo e terzo, sulla base del fatto che entrambi i personaggi sono rappresentati alle prese con la rammemorazione, per Mina di una rovinosa educazione religiosa (e di un “corso individuale intensivo di addestramento catechistico” che ha sapore di orrorifico trauma adolescenziale) e per De Carolis con l’odore di legna bruciata a fungere da inusitata madeleine proustiana.

In realtà ciò che interessa al lettore e all’autore non è tanto scoprire chi abbia ostruito la canna fumaria (in fondo qualcosa si potrebbe intuire sin dal principio), ma come Settembre potrà districare il garbuglio che la sua assistita le ha servito su un piatto d’argento: salvare il giovane Rosario Contini. Tutti pensano che il ragazzo, ritornato in libertà dopo la delazione del suo amato professore, che gli era costata sei anni di galera, abbia perpetrato la sua vendetta e lavato la macchia sul suo onore. Eppure sin dal principio, si coglie che il perfetto candidato al ruolo di bad boy della situazione appare poco a suo agio in questi panni. È melanconico, guarda il figlio dormire con una tenerezza quasi muliebre, in carcere si è laureato in economia e ha insegnato l’italiano a due compagni di cella. Qualcosa non quadra; forse la chiave è proprio in una di quelle storie raccontate dal professor Gravela alla nipotina Fabiana, personaggio fondamentale nella vicenda, narrazioni segnalate in corsivo da De Giovanni. Sembra un apologo senza alcuna importanza (la posizione incipitaria dovrebbe però indurre a dubitare che tale sia) e invece è utile a intuire la sottile regia alla base della vicenda: “quello che sembra una fortuna può non esserlo, e quello che sembra una disgrazia può avere anche, alla lunga, lati positivi”. Come si può capirlo? “Si deve fare una cosa che quasi nessuno sa fare (…) Si deve aspettare”.

Così si fa strada nel lettore l’idea che la vera parola che ci salva sia quella affidata agli ultimi, nella fattispecie i vecchi e i bambini, coloro che quasi mai nessuno ascolta, a parte la gente che – come Mina – si sente “fuori posto” e quindi è in grado, pur nei suoi limiti, di sintonizzarsi con anime ‘fuori chiave’. Troppo freddo per Settembre ci appare un ottimo esempio di “letteratura carnevalizzata”. Un Saturnale in cui gli ultimi prendono la parola e scrivono una storia diversa da quella che il senso comune avrebbe raccontato. Un affare di donne (e di anziani), perché sono loro a risolvere la partita, in un mondo che continua a declinare il verbo del maschilismo e non si accorge di quanto sia fallace. Una storia in cui tutti appaiono al posto sbagliato: Mina nelle sue forme eccessivamente conturbanti; Mimmo nel ruolo di latin lover decisamente imbranato; il figlio e genero di un boss anelante alla cultura che salva e i nipoti adolescenti di un professore ormai votati all’opacizzante subcultura televisiva e abbrutiti; il medico divenuto barbone per scelta (dolorosa) e il docente delatore di uno studente di cui era innamorato (paternamente e intellettualmente parlando). La lista potrebbe allungarsi… Perché ‘carnevalizzazione’ sia, componente fondamentale è il travestimento, che, in molti casi, altro non appare che il momentaneo abbandono delle maschere sociali per esprimere ciò che in fondo si è: si pensi all’aristocratica tamarra Delfina, a suo agio nei panni di quella che potrebbe essere una flegrea Suellen, per interpretare la quale deve solo dissimulare alcuni tratti e accentuarne altri. E che dire dell’inconsapevole Mimmo che sembrerà ciò che non è, pur esercitando il suo mestiere abituale, o di Deborah, la quale dovrà accettare di apparire in una luce sgradevole, pur di essere ciò che desidera? Per non tralasciare il fatto che Mina, nel finale, stavolta sponte sua, si cimenterà con l’atto di indossare abiti spiccatamente muliebri, abdicando forse per un attimo alla sua immagine di virago (una virgo militans moderna) e perdere la propria antipatica sicumera in un discorso tanto sconclusionato, da far concorrenza ai flussi di coscienza di Gargiulo.

Per concludere l’analisi di questo avvincente libro, non ci resta che sottolineare come l’evolversi dell’intreccio sia sempre connotato da un’allure brillante e da uno stile curato, con tratti di lirismo, per esempio nel capitolo XXXV, focalizzato su Rosario, paradossalmente, a nostro avviso, il personaggio più delicato dell’intero romanzo. Un’opera in cui un’alleanza di donne si serve del codice maschilista per risolvere un garbuglio, in maniera tale che alla fine la piccola principessa nelle vesti di bimba abbia il suo non proprio regale, ma assolutamente decoroso, premio al cospetto della madre-matrigna e che anche il camorrista sognatore possa forse andare incontro a un altro destino. A significare che perfino in gennaio, dalle panie di quella che sembra una disgrazia e forse non lo è, una rondine possa spiccare il volo verso la sua primavera.

2 pensieri riguardo “Troppo freddo per Settembre

  1. Buongiorno, auguri prima di tutto.
    Ho in casa entrambi i libri di Settembre visto che amo De Giovanni (tranne che per la serie di Sara). Non li ho ancora letti perchè….perchè ne ho troppi e più che uno per volta non posso leggere.
    La sua recensione mi ha veramente incuriosito e a questo punto, appena finito l’ultimo libro di Mankell mi dedicherò a GElsomina (giusto?)

    Piace a 1 persona

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