È quello che ti meriti


Recensione a B. Frandino, È quello che ti meriti, Einaudi, Torino, 2020, Euro 16.

Ciò che ci ha colpito in prima battuta nel romanzo di Barbara Frandino È quello che ti meriti è la costante presenza di quello che tecnicamente si definisce “sguardo dell’estraniato”, il quale percorre l’intera narrazione e ne costituisce, a nostro avviso, il principale motivo di fascino.

È la storia di un’alienazione vissuta nel contesto di un matrimonio nato per amore e, paradossalmente, in cui l’amore non è spento, ma coesiste polemologicamente con il suo contrario. Un logorio legato a eventi precisi, a una ‘sterilità’ (chi leggerà il romanzo comprenderà l’uso tra virgolette di questo termine) della coppia – cui si è contrapposta la paternità dell’uomo nella relazione adultera con Anna – , ma, in generale, al lento e progressivo allontanamento che spesso colpisce le coppie di sposi.

L’incipit è dominato dal silenzio assordante dell’ambiente ospedaliero in cui il marito di Claudia – questo è il nome della protagonista – è ricoverato per un grave incidente domestico, dovuto a un improvviso infarto, che ha veduto la moglie, pur presente al momento dei fatti, tardare nel prestar soccorso all’uomo. Seguiamo così la riabilitazione e il ritorno a casa di Antonio, le interazioni di Claudia con il medico che ha curato l’uomo, le successive evoluzioni-involuzioni del rapporto di coppia, intervallate da analessi che rivelano gli eventi che hanno preceduto l’incipit in medias res.

Non è un caso che Susan Sontag scrivesse – già negli anni Sessanta – che “uno dei temi prevalenti del cinema e della letteratura seri di oggi è appunto il fallimento dell’amore”. Gli elementi che però rendono convincente questo romanzo della Frandino sono legati alla costruzione dell’opera.

La scelta è quella di un soggettivismo estremo, attraverso la narrazione in prima persona, condotta da Claudia e l’esclusiva assunzione del suo punto di vista. Frandino decide anche di non virgolettare le battute dei personaggi, proprio a voler rimarcare che tutto il processo cui assistiamo è ricostruzione mentale dell’io narrante. E nella mente di questa narratrice, non del tutto attendibile (diremmo), il lettore si perde come in un labirinto, a tratti solidarizzando con lei, a tratti sentendosi straniato, perché percepisce che il senso di una pur giustificabile alienazione sia tale da determinare comportamenti al confine con una sorta di lucida follia.

È poi singolare il ricorso al motivo del doppio, uno dei fattori che Freud sottolineava essere maggiormente forieri di Unheimlichkeit (ricorriamo ancora una volta a questa categoria; il lettore ci perdonerà) e al quale Otto Rank dedicava un celeberrimo saggio. Il doppio nel romanzo della Frandino è sviluppato in una sorta di rappresentazione per complementarità e opposizione. Anna richiama Claudia, ma si colloca all’opposto di ciò che Claudia è. Alla ‘sterilità’ di Claudia si contrappone la maternità di Anna, ma soprattutto Claudia sembra figura del mutismo e nascondimento, tanto quanto la ‘rivale’ è appariscente e ‘chiassosa’ (nell’ottica dell’io narrante). Non è un caso che la protagonista eserciti la professione di ghost writer e covi un malessere dapprincipio introvertito e poi divenuto esplosivo, mentre Anna si connota come portatrice di una femminilità alquanto diversa. Ci sembra a tal proposito significativo un passaggio, in cui avvertiamo lo sguardo giudicante di Claudia su di lei: “Sentivo i passi di Anna allontanarsi sul marciapiede, tacchi non risuolati: le donne eleganti non fanno tutto quel rumore quando camminano”. Il dottor Martini richiama la figura del suo paziente Antonio; come Antonio, il medico ha un figlio, ma, diversamente da quanto avviene per l’altro, la madre del ragazzo non compare mai all’orizzonte, esattamente come Claudia vorrebbe obliterare il pensiero di Anna. Martini è disordinato quasi quanto Antonio, rispetto al quale la protagonista scriveva “è incredibile il disordine che quell’uomo riesce a produrre nelle poche ore che trascorre a casa”. È singolare come il tradimento perpetrato con Martini non appaia nemmeno tale e come, peraltro, il medico parli alla donna del fatto che senz’altro il marito sarebbe tornato a casa. Egli non sembra, insomma, contendere Claudia ad Antonio, come se i due personaggi maschili del romanzo fossero proiezioni di una stessa istanza. Persino la coppia che, nella casa accanto, tributa memoria indelebile a un figlio morto, isolandosi e isterilendosi in una sorta di abitazione-mausoleo, ci pare affine a ciò che Claudia e Antonio sono, prigionieri di un matrimonio incancrenito, su cui hanno pesato ragioni in qualche modo analoghe. L’ultimo evidente sdoppiamento è quello che vede l’unione tra i due protagonisti ipostatizzata nell’albero di melograno – galeotto nel momento dell’incidente –, corroso al suo interno da una “larva che ingrassa (…), divorandogli il midollo e il vigore”. Quella carie che ha nome rodilegno e che ha intaccato anche l’armonia dei due coniugi. Ecco che, alla luce di questo, il finale, che non sveliamo, assume un carattere liberatorio e – complice la presenza della coppia di vicini – apre la via a molteplici sviluppi.

Una bella prova narrativa, insomma, suggellata da uno stile elegante e da una capacità di introspezione notevole; un’opera che avvince il lettore e lo induce a interrogarsi sulla natura umana e su questo inafferrabile mistero ch’è l’amore.

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