La palude dei fuochi erranti


Recensione a E. Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, Milano 2019, Euro 18.

Romanzo appassionante e intrigante, La palude dei fuochi erranti di Eraldo Baldini ci pare squadernare il trionfo del freudiano unheimlich.

Le vicende si svolgono nella Romagna del 1630, nell’immaginaria Lancimago, luogo che svolge il ruolo di ‘frontiera’. Grazie al cordone sanitario controllato dal Monsignor Diotallevi, incaricato dal Commissario apostolico, essa dovrebbe assurgere ad avamposto contro l’epidemia di peste che sta dilagando, dopo aver già recato morte e distruzione nel Milanese (Manzoni docet), a Bologna e in altre zone della regione, impedendole di infestarne le terre ancora intatte e salvare anche le Marche e il Ferrarese. Due sono i luoghi chiave di Lancimago: l’abbazia retta da Leone, in cui Baldini ci introduce nell’incipit di questo romanzo ‘gotico rurale’ e nella quale prenderà alloggio Diotallevi, e il ‘palazzotto’ – di manzoniana memoria, ma più dimesso – del feudatario locale Lorenzo Cappelli. L’opera si apre su suggestioni culinarie – l’odore del brodo di pollo – che dovrebbero apparire portatrici di note rassicuranti per il lettore e, invece, tra l’altro richiamate circolarmente nel finale del secondo capitolo (parte di una struttura a dittico), sono funzionali a introdurre la memoria storica del dolore. Infatti, il primo capitolo è filtrato secondo l’ottica del decano Girolamo, i cui pensieri introducono il tragico nodo della peste incombente e ripercorrono, nell’elenco delle epidemie di cui il religioso ottuagenario era stato testimone, un “calendario d’inferno che prevedeva solo giorni di calvario”. Tra l’altro, significativo è il nesso ‘inferno-inverno’, accentuato dall’evidente gioco paronomastico sottolineato nel finale da Diotallevi, ma in realtà allusivamente ricorrente nell’intero romanzo.

Il primo capitolo si chiude con la notizia, data a Girolamo dall’abate, che la fossa ch’egli stava facendo scavare per accogliere le eventuali vittime del morbo è in realtà già piena. Il secondo capitolo, infatti, in cui il narratore esterno punta l’obiettivo sul punto di vista di Leone, è dominato dalla tragica scoperta di un mucchio di scheletri di uomini, donne e bambini, massacrati molto tempo prima per non si sa quali oscure ragioni. Colpisce – similitudini e metafore del testo sono tra gli elementi più raffinati del testo, accanto alla sua architettura – il paragone della posizione dei “resti umani” con “una danza macabra che si fosse arrestata all’improvviso per il tacitarsi della musica”. Nell’opera sono presenti altri rinvii all’arte di Tersicore, ma sono tutti accomunati dal fatto che appaiono privi di quella grazia e di quella gioia che solitamente accompagnano l’atto del ballare, divenendo assimilabili – nell’immaginario dei personaggi – a sinistre contorsioni, figlie del Maligno. Non a caso, l’episodio che dà il titolo al romanzo, il prodigio dei ‘fuochi erranti’ nella palude, che tra l’altro compare nel capitolo sesto (dato numerologicamente interessante), viene paragonato a una “sorta di danza sgraziata”. Tale elemento sarà poi richiamato nel successivo ‘ballo del Diavolo’, funzionale all’introduzione del personaggio della santa sull’albero, non esente da echi calviniani, ma non connotato da particolari elementi di levità (‘grazia leggera’ a parte), impregnato com’è di dolore. Fanciulla che ha nome Maddalena e rappresenta forse il residuo di purezza della comunità, che i malvagi (si ricordi la battuta della ‘strega’ Luigia) vorrebbero rimuovere.

Il secondo capitolo introduce anche i personaggi del conte e di suo cugino, Ferdinando Zecchini, quest’ultimo successivamente descritto, insieme a Diotallevi, dal personaggio dell’ambiguo Frate Guido.

Zecchini e Diotallevi si riveleranno le figure chiave del romanzo. Infatti, Baldini, a partire da questo momento, adotterà la focalizzazione, in maniera alternata, su loro due. Diotallevi è, di fatto, il protagonista dell’opera. Inizialmente non desta simpatia; si mostra spocchioso, quasi privo di pietas, tutto preso com’è dal suo ruolo di miles Christi. Un ‘soldato’ che, peraltro, crede ormai più nella Chiesa che in Dio stesso e impone il suo parere per effetto di un’auctoritas donatagli dall’esterno e mal tollerata dalla gente di Lancimago, monaci compresi. In realtà, il personaggio si evolve e ne emergono anche le debolezze: sarà proprio l’episodio dei ‘fuochi erranti’ a far riaffiorare il ricordo di un prodigio analogo avvenuto a Pietramala, che aveva segnato l’infanzia e la vita futura del religioso. Non è un caso che egli prenda le difese della strega Luigia, sì, forse per puntiglio verso il conte, ma anche per il senso di giustizia che vive al fondo del suo cuore. Certo, in lui permarrà un fondo di cinismo che, infatti, affiora nuovamente nel finale, ma – ci sembra – corretto da una maggior consapevolezza della presenza di Dio: “Io della Bibbia non dubito, né della Pietà e della giustizia dell’Altissimo”. Zecchini, invece, incarna il versante prometeico della scienza, ch’egli tuttavia non coltiva al servizio del bene comune, ma in ottemperanza a un – ci venga perdonato l’anacronismo – superomismo incosciente (purtroppo tristemente attuale) non privo di conseguenze per la comunità.

Tanti sono i nodi interessanti. L’unheimlich è affidato al motivo di ciò ch’è sepolto nella terra e da essa riaffiora: i morti del primo capitolo, che sembrano alludere alla presenza del Maligno nelle terre del Convento e sono figli di quella cattiva coscienza lancimaghese gradatamente destinata a venire alla luce; i fuochi erranti del sesto, i quali destano la ‘memoria involontaria’ di Diotallevi. Ancora particolarmente significativa è l’allusione, nei pensieri di Zecchini, a un ‘tesoro sepolto’ nella Terra, ‘scrigno smisurato di potenza e ricchezza’.

Centrale è il motivo della frontiera, incarnato da Lancimago (uscirne può recare alla rovina), ma richiamato, alla Lotman, nella figura dell’ex boia, Frate Orso, garante dei meccanismi di traducibilità e decifrazione del reale per Diotallevi, ma ancora dalla presenza della strega, nella sua marginalizzazione, e della Maddalena che vive sulla quercia, limes tra terra e cielo. Proprio le figure femminili assumono una funzione interessante, connotate, a modo loro, da una purezza che l’universo maschile non comprende e vuole obliterare, celandole agli sguardi, quando non neutralizzare.

Un’opera avvincente e dalla costruzione raffinata, ricca di implicazioni simboliche e impreziosita da uno stile fluido ed elegante, felice nelle descrizioni come nella narrazione e nella costruzione dei dialoghi. Questi risultano ben incastonati nel ritmo incalzante di un’avventura in cui gli elementi dell’immaginario dell’acqua e del fuoco si fondono a rappresentare un’istanza di purificazione dal Male metafisico (è vero), eppure incarnato in creature umane. Male che pare sonnecchiare nelle remote contrade al confine tra la vita e la morte e invece è sempre attivo e pronto a ghermire le sue prede.

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