Ricordati di Bach


Recensione ad A. Cappagli, Ricordati di Bach, Einaudi, 2020, Euro 17.30

È un romanzo appassionante e coinvolgente Ricordati di Bach della livornese Alice Cappagli, che ci introduce con levità e ironia, ma anche con quel “dolce dolore” che ha nome malinconia, nel microcosmo della protagonista Cecilia, nomen omen visto che la donna consacrerà la sua esistenza alla musica. Esattamente come l’autrice, che ha suonato per trentasette anni il violoncello nell’orchestra del Teatro alla Scala, approdo anche del suo alter ego letterario.

Ricordati di Bach ripercorre, romanzescamente, alcune tappe dell’esistenza dell’autrice stessa, trasfuse nell’esperienza biografica di Cecilia e intessute di quei fregi che la fictio sa intrecciare.

L’opera si apre in pieno straniamento, con l’ottenne Cecilia in stato di shock, appena reduce da un incidente d’auto che le lederà il nervo radiale della mano sinistra. Lo sguardo allucinato della bambina trasfigura oggetti e persone: il medico “vecchio brutto e calvo”, i ventilatori che paiono staccarsi dal soffitto per piombare addosso come armi letali, le mascherine bianche del personale infermieristico che per sineddoche finiscono col sostituire gli individui stessi. L’autrice opta per una focalizzazione interna che manterrà sapientemente per l’intero arco della narrazione; ovviamente gli eventi non sono veduti in presa diretta, ma richiamati retrospettivamente. Quello che potrebbe sembrare lo sguardo della bambina è in realtà quello della donna adulta, forte della “robusta formazione classica” ossessione del padre. Non è affatto un caso che la figura materna sia paragonata a p. 10 a un’ “anfora etrusca” e molteplici altri esempi si potrebbero fare: più tardi, al capitolo ventunesimo, con una similitudine brillante l’amicizia barcollante tra Cecilia e la sua compagna Odila verrà figurata come un’ombra “sbrindellata e malconcia, peggio della Filosofia apparsa nella cella di Boezio” e altrove, sempre in contesto di straniante deminutio, era richiamata nientemeno che la catasta-pira di Didone-Elissa.

Dalla tragedia del nervo radiale danneggiato, complici la forza di volontà, la fiducia – presentata come altalenante, ma in realtà solida – di una madre lunare ed emotiva e la ‘scommessa’, nel vero senso della parola, del bizzarro maestro Smotlak, si dispiegherà la storia di un amore, quello per il violoncello, foriero del riscatto e dell’affermazione di Cecilia.

L’innamoramento è descritto con lirismo al suo nascere, nella dimora dei nonni, ramo familiare in cui allignavano la passione e il talento musicale, ormai appartenenti al passato e declassati alle mere e tristi esibizioni salottiere di una nubile zia Cocca, a uso e consumo di vicini incartapecoriti. Il capitolo terzo è uno dei momenti più suggestivi del romanzo. Cecilia ottiene di dormire in casa della zia e le viene assegnata la camera del nonno ospedalizzato e qui, in una sorta di museo del temps jadis, la bambina compie la sua scoperta. Cappagli la descrive con i toni della vera e propria epifania, in cui prima il violoncello, immaginato, è assimilato al gatto che Cecilia stava accarezzando (e che, guarda caso, aveva provocato un primo, miracoloso sussulto, della mano ‘alienata’) e poi – attraverso anche l’uso di termini quali ‘catafalco’ e ‘sarcofago’ – a un “essere vivente in letargo”. Insomma, il violino assurge a doppio di Cecilia stessa; ecco spiegata anche l’insistenza in particolari descrittivi, tutt’altro che superflui e ridondanti, tanto nel capitolo in questione, quanto nei momenti in cui Cecilia e la madre si recano da liutai, in un contesto a metà strada tra deposito del ‘ciarpame reietto’ e paradiso di delizie.

Tutto il romanzo ripercorre questa storia di amore e riscatto sino al diploma e alle audizioni e alla finale rivincita di Cecilia. Si sorride, inseguendo personaggi strampalati come Smotlak, il padre e la madre di Cecilia, il sovietizzante maestro Cini, ma ci si commuove e ci si emoziona quando la riflessione si inarca sul potere della musica di Bach (e non solo) e quando le contrarietà della vita fanno vibrare di dolore la protagonista come il cigno di Saint-Saëns.

Abile la costruzione, convincente ed elegante lo stile, infarcito di toscanismi quali ‘corbellare’, ‘ciacciare’ o di accostamenti coloriti come quel “giulebbe” di cui il padre si serve per bollare con sommo disprezzo ciò che la figlia – e la madre con lei – prescelgono per la sua formazione, a cominciare dal liceo sperimentale, per proseguire, dopo l’approdo al Classico, con l’Istituto Mascagni in cui si svolgevano gli studi musicali della ragazza.

Un’opera cui non mancano le caratteristiche dell’arte allusiva, come nell’episodio della trattoria veneziana, tutto giocato all’insegna dello straniamento, a rievocare le suggestioni dell’Osteria di Gorgonzola nei Promessi sposi.

Ricordati di Bach è l’efficace apologo di quell’umana resistenza alle avversità e di quell’amore per l’arte che possono dar senso e valore all’esistenza umana, rappresentando ciò che rimane e ci salva quando tutto il resto è sprofondato in un abisso.

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