La limonaia di Boboli


Recensione a N. De Matteo, La limonaia di Boboli, Florestano, 2020.

È un elogio della lentezza questa raccolta di racconti di Nicola De Matteo, La limonaia di Boboli, recentemente edita da Florestano.

L’opera consta di tre momenti, di cui il primo, La sequenza di Fibonacci, posto in apertura, rappresenta la sezione più corposa. Le trame narrano istantanee di vita comune: il fiorire di un amore ‘senile’ tra il settantenne Angelino e Maria Concetta Naglieri, una passione fatta di trasporto fisico, ma soprattutto di profonda corrispondenza spirituale; l’incontro in stazione dell’io narrante, appena uscito dai rigeneranti lunedì letterari della Vallisa, con una presenza riaffiorata dal passato, un collega di lavoro del padre; la vicenda di un pastore, Agostino, del suo male di vivere e dei colloqui intessuti presso il “Cinto dell’Eremita” in località Cirigliano (in provincia di Matera) con un religioso, Fra Girolamo da Fratta Todina, “un frate pellegrino e camminatore”.

Il prevalere della focalizzazione interna apre la via all’approfondimento psicologico, alla penetrazione soprattutto nelle vite di vinti che attendono un riscatto, forse tardivo, ma non per questo meno invocato.

L’ambientazione è quella di un Sud arcaico, in un contesto barese e, più in generale, pugliese, in cui si muovono figure deprivate, cui talora, come nel caso di Agostino, è stata negata un’istruzione, a causa delle vicissitudini esistenziali. Una terra in cui il segreto amoroso, soprattutto se adultero, deve restare celato ai “malparlieri”, a costo di escogitare soluzioni da malmaritate boccacciane, ma senza quella componente di malizia che caratterizzava le protagoniste della settima giornata decameroniana. Una comunità piagata dalla fatica dell’esistere e da un destino a volte avaro, come accade per Nanuccio Leandro Maiorano e per la sua unione non baciata dai figli e una condizione economica che induce alla pratica del contrabbando. Una landa sitibonda d’amore, oltre che arsa dal sole. Non le mancano coloriture mitiche, come nelle narrazioni di Fra Girolamo da Fratta Todina, che racconta di briganti avvolti in un’aura ormai leggendaria, ma anche di fenomeni come quello che si verifica il giorno del solstizio d’estate nella Cattedrale di San Sabino. L’ingenuo Agostino commenterà che gli pare trattarsi di un miracolo, ma la risposta del frate evidenzierà come sia semplicemente il frutto “della capacità dell’intelletto dell’uomo e dello studio del sole e delle fasi lunari”. Lo stesso religioso finirà con l’assimilarsi a quest’aura di epos a dimensione d’uomo, nel momento in cui il pastore arriverà a ipotizzare che dietro le sue peregrinazioni possa celarsi la ricerca di tesori nascosti in epoche più o meno lontane. E poi non è da dimenticare il ruolo fondamentale assunto dal mare, emblema stesso di un Fato insondabile, che si ammanta di bellezza per poi tradire nell’istante meno prevedibile, quando la felicità appare a portata di mano: “Un solo pensiero le attraversò la mente e ricordò le parole semplici di commara Adelina Fortunato: ‘Il mare tutto inghiotte e tutto restituisce’”. Al cospetto di questo destino che sembra donare per poi immediatamente dopo sottrarre, l’uomo può soltanto cercare – spesso invano – di opporre un principio di razionalità, come Angelino, feticisticamente abbarbicato a una sequenza di Fibonacci in cui pure potrebbe aleggiare una promessa di armonia e di ordine. È il mistero di un sacro che si affaccia nelle più molteplici forme, nella matematica come nell’oscura maestosità della distesa marina, nel dolore del crocifisso della lucana Forenza come nel biblico rogo di Agostino, atto di pietas ad accompagnare il trapasso di un pastore maremmano o resa all’imperscrutabilità di un divino mistero che “non cape” nell’intelletto umano?

Eppure un rimedio al maladjustement esiste ed è nella lentezza: nel fermare le emozioni di un istante di felicità suggellandole con un verso, nell’ammirare la bellezza che a dispetto di tutto esiste, nell’incantarsi alla gioia aspra di montaliani limoni, nel coltivare l’amore pur nella consapevolezza della sua natura effimera.

Una bella prova, supportata da uno stile ora mimetico, che dal materico vira verso il lirico, con una voce narrante che a tratti cede al colloquiale, per poi librarsi quando attinge alla vibrazione intima delle creature umane. Per rammentarci che la poesia può risiedere nello sguardo dell’individuo comune, da Angelino a Concetta all’apparentemente ‘ottentotto’ Agostino perché, al cospetto del cosmico enigma, il pastore sa quanto il filosofo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.