A due voci


Recensione a M. D’Attolico, A due voci, Dialoghi, Viterbo, 2020, Euro 12.

L’esordio narrativo di Mariapia D’Attolico avviene all’insegna di un tema di grande interesse sotto il profilo etico, ma anche culturale: la scelta di una madre di preservare comunque la vita di una bambina che i medici dichiaravano votata a morte certa, grazie anche alla forza avvolgente della musica, che l’ha sorretta nei momenti di difficoltà e ha cementato il legame profondo con la piccola, in qualche modo segnandone il destino di artista.

L’opera muove dall’esibizione da solista di Maria Serena, detta Molly, in Cattedrale, insieme all’orchestra sinfonica, con la madre che spicca tra le violiniste della prima fila. A filtrare l’evento lo sguardo entusiasta della sorellina Aurora, che trasfigura magicamente il momento. Poi prende corpo l’analessi: la storia di Daniela e del suo amore profondo per la musica e poi della gravidanza, con i pronostici funesti dei medici e la sua ostinata volontà di procedere in un percorso verso la vita, che tutti le avevano vivamente sconsigliato di portare avanti. Dagli ambienti del Bambin Gesù in cui avviene il miracolo della ripresa della piccola Molly, operata al momento della nascita, si torna al presente, alla realtà di Maria Serena, quattordicenne, alle prese con masterclass, concerti e una promettente carriera di solista nel futuro.

A due voci è un inno alla speranza, alla vita e all’amore materno. La narrazione procede con un’attenzione al dettaglio a tratti quasi cronachistica, che induce il lettore a mettere a fuoco con chiarezza gli ambienti e i personaggi. A questa precisione si affianca un incedere lirico, direi quasi a passi di danza, soprattutto nei momenti in cui la musica – e ciò accade spesso – diviene padrona della scena e s’innalza l’appassionato elogio di un’arte che forse più di ogni altra sa parlare a quanto di ancestrale e archetipico vibra nel cuore di un uomo. Del resto, l’autrice cerca proprio attraverso la parola di evocare una fascinazione analoga a quella dell’arte cui le protagoniste si sono votate. Non è casuale la scelta di aprire i capitoli con versi composti dalla D’Attolico, i quali, in alcuni momenti nodali della vicenda, fungono da commento e da controcanto al dolore. Versi che, nell’esibita naïveté di alcune soluzioni, rappresentano il corrispettivo, mediante medium verbale, della musica stessa. Quest’ultima è acutamente definita, in quanto indispensabile strumento di supporto, “io ausiliario”.

 A ciò si aggiunga la naturale delicatezza della voce della D’Attolico, che riesce a comunicare anche attraverso la forza del “non detto” (si consideri, a tal proposito, l’incontro di Molly con il padre nella seconda parte del racconto) e, con poche pennellate, sa definire la natura più profonda di alcuni rapporti umani, come quello tra Daniela e sua madre nei primi mesi di vita di Maria Serena, ben tratteggiato. Del resto, altrettanto ben delineata è l’intesa tra la quattordicenne e la mamma, con gli sguardi e i pensieri di ciascuna magari non comunicati verbalmente, ma comunque costantemente intellegibili all’altra e forieri di energia e coraggio. Studiate anche le simmetrie tra le vicende di Daniela e Molly: si pensi, per esempio, alla crisi che suscita nella prima la richiesta del maestro di imparare a far vibrare il violino e il difficile approccio con il docente di una masterclass, per la seconda, a cui viene rimproverato, non a caso, un vibrato.

 Insomma, è un lavoro che convince e colpisce questa partitura A due voci, che comunica l’incanto che può emergere nel quotidiano, complice la dedizione al Valore, sia la musica o altro. Una narrazione che, celebrando l’“ultima dea” degli antichi, quella che non abbandona mai gli uomini e a volte trionfa, offre al lettore consolante ristoro in un’epoca difficile, sospesa tra la frenesia di un vivere ormai palesemente inaccettabile e la stasi della sospensione che spesso coglie il nostro esistere, come nel tempo di lockdown in cui questo canto di gioia ha veduto la luce.

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