Ragazzo italiano


Recensione a Gian Arturo Ferrari, Un ragazzo italiano, Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2020, Euro 17.10.

Un ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari è un’opera interessante, che con levità, non disgiunta dall’impegno, proietta il lettore in un momento particolare della storia italiana, quello che corre dal secondo dopoguerra al boom economico.

A fungere da filo conduttore il romanzo di formazione del giovanissimo Ninni, poi ribattezzato dal padre di colpo, con un atto da lui interpretato come una sorta di violenza psicologica, con il suo nome d’origine, Piero. Ninni vive la sua infanzia tra Zanegrate, nel Milanese, paese paterno, e Querciano, in Emilia Romagna, dove risiede la famiglia della nonna, figura amatissima e centrale nel plot dell’opera. Quando i genitori si trasferiranno a Milano, il giovane conoscerà la dimensione della metropoli lombarda, accarezzata solo di sfuggita e, in un’ottica di incantesimo straniante, nelle gite di fanciullo.

Un ragazzo italiano ha il dono di rinsaldare la storia d’Italia con la microstoria di Ninni, tra l’altro con il valore aggiunto dell’adozione dell’accattivante prospettiva di uno sguardo vergine (con focalizzazione interna pur nella presenza di una narrazione in terza persona), che gradatamente diviene sempre più smaliziato.

Le vicende di Ninni si incastonano in quelle di coloro che gli gravitano attorno e così, inevitabilmente, l’individuale assurge a collettivo. Le problematiche legate al rapporto con il padre, rispetto al quale il protagonista avverte un crescente senso di estraneità (fenomeno tutt’altro che raro nell’adolescenza); l’attaccamento quasi morboso alla figura della nonna, che diviene una madre della gioia, ma anche una maestra di vita e cultura… E poi ancora l’angustia soffocante del vivere nella dimensione paesana, con il personaggio di Matilde che si illude di ricreare nella sonnolenta campagna romagnola atmosfere degne di romanzi di Jane Austen, suscitando flirt tutt’altro che indissolubili e ben differenti dall’amore leggendario tra Elizabeth e Darcy. Il velleitarismo del vivere inimitabile, che suscita il riso al cospetto dell’umana insipienza, si fonde con la riflessione pedagogica, quest’ultima fitta, a cominciare dalle metodiche discutibili della maestra di Zanegrate, classista e carica di pregiudizi, incapace di cogliere le potenzialità del tartagliante Ninni, per continuare con l’elogio di una didattica fondata sulla dimensione dialogica ed esperienziale, quella del maestro Poli, sino ad arrivare all’azione modellante soprattutto di un docente intellettuale di Liceo, Fumagalli (dietro cui si cela Arturo Brambilla), stroncato da una fine prematura. In filigrana, si coglie anche l’opportuna sottolineatura della declassazione, in atto nel presente e ormai evidente a tutti, del ruolo della figura dell’insegnante, confinato in una dimensione piccolo-borghese e tutt’altro che aurato da quel prestigio sociale che in alcuni casi ancora traspare dalle pagine del Ragazzo italiano.

E poi potremmo sottolineare la memoria del fascismo e delle distruzioni belliche, le recrudescenze dello stesso, le prime avvisaglie degli interessi per la politica da parte del giovanissimo protagonista, che si avvia alla vita e ha un gran fame di cultura (cultura peraltro ancora libresca, come rivela la mancata conoscenza di un intellettuale come Fortini). E che dire del disincanto del “grande poeta” impiegato in un “grande quotidiano” (ovviamente Montale), che con amara ironia prospetta agli aspiranti studenti di Lettere un futuro tutt’altro che roseo?

Nonostante tutto, sebbene sia dietro l’angolo la stagione del disincanto, Ferrari chiude sapientemente sul viaggio in un’Ellade tanto sognata, la cui essenza apparirà risiedere nel “quasi insopportabile contrasto tra quel che si vedeva e quel che significava”. In quella terra “amara come il suo odore”, Piero sentirà prender vita quanto letto tra i libri, immaginando gli scenari del superbo incipit della scolta nell’eschileo Agamennone. E in lui potranno identificarsi tutti i ragazzi per i quali quel mitico viaggio in quinta liceo è stato il primo al di fuori dei confini dell’Italia, una boccata di ebbra libertà, un’iniziazione al futuro distacco dal nido.

Un’opera stilisticamente convincente, in cui tanti potranno riconoscersi, riconoscere i propri ‘tartagliamenti’, reali o metaforici che siano, gli incanti e i disinganni che l’esistere riserva, le ebbrezze e le amarezze. Insomma, per dirla con un’espressione di Penna, il “dolce rumore della vita”.

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