Il fantasma dei fatti


Recensione a B. Arpaia, Il fantasma dei fatti, Parma, Guanda, 2020, Euro 18.05.

Un’opera sorprendente Il fantasma dei fatti di Bruno Arpaia, in cui realtà storica e fictio si intrecciano, nel fiorire di ipotesi su un periodo estremamente complesso della storia italiana e internazionale. A fungere da Leitmotiv l’interrogativo che risuona poi, in maniera nitida, a p. 197: “fra il 1961 e il 1963 c’era stata o no una cospirazione contro l’Italia per farle perdere il treno dell’autonomia energetica e scientifica e relegarla, come sempre, a un ruolo da comparsa sul palcoscenico mondiale?”

Il fascino di questa nuova opera di Bruno Arpaia è legato a numerosi fattori. La ricostruzione storica è accurata e adeguatamente supportata sotto il profilo bibliografico. L’autore ci introduce nel suo scriptorium, svelandoci l’andamento delle sue ricerche e al contempo guidandoci, nel racconto di circostanze che invece potrebbero essere romanzate, in uno spazio labirintico, in cui non si riesce mai a cogliere l’esatta demarcazione tra fictio e verità. Infatti, l’opera si connota per il moltiplicarsi delle narrazioni e dei punti di vista. A dare il là alla quête di Arpaia sono le ipotesi del giornalista Pietro Greco e, nel corso dell’opera, si alternano la narrazione in prima persona dello scrittore campano, che – come già detto – ci conduce nei meandri del suo work in progress, raccontandoci, postmodernisticamente, la storia del testo, e un altro punto di vista. Un personaggio che s’intuisce (forse) fittizio e finalizzato a proiettarci nel Québec del 1978, per porci direttamente a colloquio con la sfingea, statuaria personalità di Karamessines. Ne emerge un quadro intrigante, ricostruito ipoteticamente da Arpaia, perché – sulla scorta di quanto asserito da Sciascia – non “sono tanti i fatti quanto ‘i fantasmi dei fatti’ a costituire la letteratura”.

La morte improvvisa, in un incidente stradale, dell’ingegnere e informatico italiano Mario Tchou, prologo alla triste e insensata fine della Divisione elettronica Olivetti, venduta “per pochi spiccioli” all’americana General Electric… La fine a Bascapé di un personaggio scomodo come Enrico Mattei, il caso di Felice Ippolito e le vicende di Domenico Marotta, direttore dell’Istituto superiore di Sanità (ISS). Tutte storie complesse, esaminabili secondo molteplici e variegati punti di vista, ma che – come Arpaia ben evidenzia – rappresentano i prodromi di una condizione di “sviluppo senza ricerca”. Modello i cui effetti hanno influito in maniera determinante sul passato e sul presente del nostro Paese. Arpaia si domanda se, alla base di tali esiti, si possa intravedere la possibilità di un complotto internazionale, qualunque ne sia la matrice. Prende il via una narrazione che verte intorno all’affascinante figura di Thomas Hercules Karamessines. Nella nota al testo, lo scrittore precisa come, sebbene vi sia effettivamente stato a capo della Stazione Cia di Roma alla fine degli anni Cinquanta e sia poi stato Direttore delle operazioni coperte della Central Intelligence Agency un uomo con quel nome, morto di infarto nel 1978, “il personaggio del libro che porta il suo nome” sarebbe “frutto della fantasia”, quindi di “pura invenzione”. Allo stesso modo afferma che “molti altri eventi raccontati nel romanzo sono frutto di invenzione. Forse”.

E questa ci pare una potente opera di letteratura. Un lavoro che sussume in sé tutta la produzione dell’Arpaia, da quello che a nostro avviso costituisce il suo capolavoro, dedicato a Benjamin e al suo angelo della storia, sino al celebre L’Energia del vuoto, la cui gestazione corre parallela alla genesi della quest sui fatti italiani degli anni Sessanta, e a Qualcosa, là fuori. Una storia collettiva, in cui rivivono il giornalista Giuseppe D’Avanzo e sodalitates intellettuali che sembrano appartenere a una dimensione ormai lontanante. Lucidissime le pagine che affrontano la crisi dello “scrittore di classe media”, tema che Arpaia affronta con grande onestà intellettuale, radiografando gli effetti del vertiginoso “crollo della lettura”. Effetti che, peraltro, ci paiono in linea con le connotazioni di un periodo storico, quello attuale, “in preda a un vento che” soffia “impetuoso in direzione contraria a ogni speranza”.

Il fantasma dei fatti non è certamente libro da leggere distrattamente sotto gli ombrelloni di un’estate che volge al declino e che forse non è mai iniziata. È un’opera da rileggere, meditare, discutere, adatta a chi desideri cogliere un senso negli accadimenti storici, anche se forse, come l’autore stesso arriva amaramente a ipotizzare, la realtà è ben più triste di un complotto internazionale. Probabilmente il nostro “sviluppo senza ricerca” è materiato di “incoscienza, ignoranza, miopia”, figlio del trionfo pervasivo degli interessi privati a discapito della pubblica utilità. “Una storia tutta italiana, insomma”.

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