La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

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