Turbolenza


Turbolenza
Recensione a D. Szalay, Turbolenza (Turbulence, 2018), Milano, Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi, Euro 14.
È un’opera affascinante Turbolenza di David Szalay, scrittore canadese di cittadinanza ungherese.
Un romanzo sui generis che, in un curioso passaggio di testimone tra personaggi da un capitolo all’altro, e con una struttura a tratti allusiva alla cobla capfinida, ci conduce a esplorare mondi interiori sorprendenti, assumendo come punto di partenza una turbolenza sul Golfo di Biscaglia. L’incontro fortuito in aereo tra due vite, destinate a sfiorarsi senza davvero compenetrarsi, dà avvio a una coinvolgente staffetta. In ogni capitolo, un personaggio entra in relazione con un altro, che poi Szalay segue nel capitolo successivo e così sino alla fine, quando – con un coup de théâtre – l’orditura dell’opera svela la sua Ringkomposition.
Filo conduttore i voli aerei su cui le figure illuminate da Turbolenza salgono, in un percorso che dall’Europa conduce all’Africa e all’Asia (persino in Vietnam o in Qatar), per poi concludersi nuovamente nel Vecchio Continente, nella medesima abitazione (o, meglio, fuori dalla stessa) in cui la narrazione aveva preso avvio.
Molteplici sono i motivi che si affacciano nell’opera, ma, su tutti, svettano le insondabili e inesauribili alchimie del caso. Lampante è l’esempio dei primi tre capitoli, che muovono dall’immagine di una donna tormentata da foschi presagi in merito alla malattia del figlio, per poi puntare l’obiettivo sulla vicenda – lasciata abilmente intuire da Szalay – dell’uomo che viaggiava accanto a lei, il quale, inconsapevolmente, in quei momenti stava effettivamente perdendo il suo amatissimo figlio. Il quindicenne era stato investito, infatti, dal taxi su cui viaggiava Werner, il protagonista del terzo capitolo, indotto – in occasione del tragico evento di quel giorno – a ripensare alla sorellina morta all’età di tre anni e poi spinto, così, quasi per colmare un vuoto divenuto bruciante, ad accompagnarsi a una sconosciuta, della stessa età che avrebbe avuto la fanciulla se non fosse annegata. E così via, sino all’ultimo capitolo. Complessità dei rapporti tra fratelli, spesso materiati di rimpianti e di piccoli e grandi malintesi; violenza patita tra le mura domestiche dalle donne, magari vittime di un machismo esibito al fine di celare altre fragilità; persistenza del pregiudizio nei confronti della diversità, sia l’handicap inatteso di un figlio o l’origine straniera di un genero rifugiato. Sono questi i tasselli che compongono il mosaico delle turbolenze, reali o metaforiche (e non per tal motivo meno dolorose), pennellate da Szalay con abilità, eleganza e discrezione. Il continuo mutamento del punto di vista ci induce a esercitare l’arte dell’intus legere, abbracciando la prospettiva dell’alterità e rifiutando di attenerci al crisma fuorviante dell’apparenza.
L’opera è pienamente riuscita e denota numerosi aspetti pregevoli. Emerge la capacità dell’autore di catturare l’attenzione del lettore anche con i pochi, ma sicuri, tratti che delineano i singoli personaggi e le vicende fatte ‘annusare’. Valide le pitture d’ambiente, dalle atmosfere africane alla povertà della casa di Kochi (India), con “il pavimento in cemento” ridotto a “una complicata carta geografica di crepe e macchie”, sino poi al melanconico finale londinese. Qui si legge uno dei passaggi più belli di tutto il romanzo, che in generale si segnala per la cura nell’elaborazione stilistica: “Nel cielo si muovevano le nuvole, il sole andava e veniva, e quando furono all’angolo il vento fece volare i fiori da tutti gli alberi della via”. E quest’immagine di caducità si imprime nella memoria, con la netta sensazione che questa nostra esistenza sia un caotico flusso, inesplicabile e bellissimo, che si dispiega con coraggio, nella turbolenza e nel sorriso accondiscendente del cielo padrone.

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