Figlie di una nuova era


 

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Recensione a C. Korn, Figlie di una nuova era, traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi, 2018, Euro 10,99.

È intenso e avvincente questo Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo capitolo di una trilogia che segue le vicende di quattro donne e delle figure loro legate nel corso del Novecento, accompagnandole – il primo volume – dal marzo 1919 al dicembre 1948.

Le donne pennellate dalla scrittrice di Düsseldorf nel suggestivo scenario amburghese sono figure a tutto tondo, ciascuna con una spiccata personalità. Lina, sognatrice e capace di andare oltre le convenzioni; Henny, coraggiosa e generosa; Käthe, anticonformista e combattiva, nonostante le sue fragilità; Ida, apparentemente viziata e frivola, ma più intelligente e sensibile di quanto possa sembrare… Il lettore entra nel loro mondo in punta di piedi e in principio potrebbe riscontrare anche delle difficoltà a orientarsi in questo brulicare di personaggi, tutta una varia umanità racchiusa tra le pagine del libro. Poi, ci si acclimata e la forza della vicenda ti trascina, soprattutto con l’avanzare del nazismo, dinanzi alla quale i personaggi rivelano la loro essenza. Emerge così un’immagine ben diversa da quella di una Germania prona alla follia nazionalsocialista e partecipe dell’orrore tra l’ignavia e l’esaltazione.

Emblematica è la sequenza in cui Henny, la più intensa tra queste figure, nell’aprile 1933, costringe un inopportuno giovanotto delle SA – lo stesso che boriosamente, e inutilmente, aveva appena cercato di impedirle di mettervi piede – a mantenerle la porta mentre entra nel negozio di stoffe di alcuni ebrei. Käthe, con la sua sincera adesione al comunismo; sua madre, Anna, che non esiterà a mettere a rischio la propria vita per proteggere un giovane disertore… Sono tutte donne che manifestano come, anche nel generale obnubilamento delle coscienze, vi possa ancora essere luce nell’animo umano.

Non è un caso che le due protagoniste, Henny e Käthe, siano ostetriche e quindi si adoperino, insieme a medici come Landmann e Unger, per garantire la nascita e la preservazione della Vita. Paradossale è che Käthe sia però incapace di generare ella stessa la vita e questo destino toccherà anche ai due medici, non a Henny, condannata però alla sfortuna in amore. Quest’ultima si palesa sin dal principio del romanzo, quando ti aspetteresti che l’ostetrica coroni l’attrazione che sembra legarla al suo dottor Unger e, invece, tale coppia, attesa, forse anche desiderata, dal lettore tarderà ad assumere consapevolezza del proprio legame. Il fattore sterilità, invece, è suggestivamente uno dei Leitmotive dell’opera: infertile è Käthe; crede di esserlo Ida e, al contrario, l’infertilità è legata al suo consorte, il filonazista Campmann, e a un matrimonio del tutto destituito di significato; lo è Elizabeth, sposa di Unger, in un’unione che appare improvvida sin dal principio. L’infertilità di tanti personaggi diviene ipostasi dell’aridità interiore di buona parte di una generazione, che sfocerà nella tragica sequenza del bombardamento di Amburgo, descritta con maestria dalla scrittrice. La Spannung del dolore che prelude alla risalita.

Anche le figure maschili restano memorabili nell’opera. Lud, il primo marito di Henny, personaggio che ha sapore eichendorffiano, è l’illustrazione del puro che gli dei amano e rapiscono alla vita troppo presto («Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος», dicevano gli antichi Greci). Il dottor Landmann, uno dei personaggi più riusciti, ebreo perseguitato sino al suicidio, è l’emblema del giusto che stoicamente sceglie la via della morte, nel tempo del Male, perché ritiene ormai preclusa la via del Bene. Rudi, l’amabile marito di Käthe, giovane dal passato incerto (e nel romanzo non manca il classico ingrediente dell’agnizione),  diversamente da Lud è il puro che il destino mette duramente alla prova, trascinandolo come un fuscello in un vortice per le vie del mondo senza ch’egli soccomba. Il finale è aperto e fa sorgere il desiderio di leggere il secondo capitolo. Un romanzo possente, spesso tendente al lirismo, dai ritmi ora lenti – quando più dolce appare “il rumore della vita” – ora incalzanti, come il lavorio inesorabile delle Parche. Un inno alla vita e all’amore che non poteva conoscere luogo di elezione migliore del microcosmo di due ostetriche tenaci.

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