Un ragazzo italiano


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Recensione a P. Besson, Un ragazzo italiano, trad. it. di F. Bruno, Guanda, Milano, 2007, Euro 12.
È un ingranaggio molto ben congegnato questo Un ragazzo italiano di Philippe Besson. Ritorna il tema degli amori omosessuali, ma incastonato in un contesto di più ampia problematicità. Il protagonista, Luca, morto nel momento in cui la narrazione trae avvio, viene ritrovato annegato in Arno. Ne nasce una detection, che riporta alla luce i segreti del giovane, apparentemente impegnato in una serena e appagante relazione con la bella Anna Morante e al contempo divenuto l’amante di un giovane ragazzo di vita, Leo, abituato a prostituirsi presso la stazione di Firenze S. Maria Novella.
La quête di Anna, incapace di rassegnarsi a ignorare la verità sulla morte di Luca (suicidio? omicidio? tragica fatalità), la condurrà, nelle pagine finali, a contatto con l’amante del compagno, in una lunga sequenza abilmente amplificata dal narratore attraverso la tecnica dell’analisi, con un’attenta introspezione in amebeo a moltiplicare a dismisura un tempo della storia in realtà ben più breve.
Molto efficace l’intera costruzione del romanzo, che si basa sull’alternanza di tre narratori interni, i tre personaggi principali: Luca, Anna e Leo. Il primo assume la parola dalla ‘specola della morte’; intorno ai suoi interventi si riannodano le riflessioni, i pensieri e le emozioni dei due interlocutori privilegiati della sua breve, ma intensa esistenza. L’espediente dell’adozione di Luca tra i narratori consente l’intrecciarsi di meditazioni ispirate sulla struggente bellezza della vita stessa; quando, al termine del rito della sepoltura, il protagonista patisce la privazione della luce tanto amata (bella l’icona della “rosa lasciata cadere con un gesto stanco”), il lettore si sente avvolgere dal medesimo senso di opprimente claustrofobia avvertito dal giovane. Di grande impatto risulta ancora la sequenza della cerimonia funeraria, con il protagonista che, dal feretro, per scacciare “l’umor nero” si risolve a contemplare i dipinti del tempio; in quel momento, il pensiero e l’ekphrasis dell’“autoritratto sorprendente” di Filippino Lippi nella Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro della Cappella Brancacci evoca la figura di Leo.
Alle pagine di Luca sono affidati i momenti stilistici più alti dell’opera: “Se mi annoiassi troppo, potrò sempre contemplare gli affreschi della cappella Brancacci. La vita di San Pietro a fumetti è pur sempre uno spettacolo. In realtà, però, preferisco le rappresentazioni del peccato originale. Questa colpa per cui continuiamo a pagare mi ha sempre interessato. E l’urlo silenzioso di Eva cacciata dal paradiso… d’un tratto penso che potrebbe essere il mio”. E poi ancora, a p. 48, “Fine del sole tiepido sulla mia guancia, della bella luce, degli alberi che stormiscono. Resta soltanto il buio, il buio assoluto, impenetrabile. Resta soltanto lo stridore dei dadi avvitati”. In altri casi, l’atmosfera appare decisamente straniante, come nella scena dell’autopsia o dell’imbalsamazione, durante le quali veniamo a conoscenza dei pensieri e delle sensazioni, anche olfattive, del protagonista.
Nei quattro libri che compongono l’opera, la vita umana appare un percorso accidentato tra luce e buio, un camminare in equilibrio funambolico, nell’inconsapevolezza che, proprio nei momenti di maggior felicità, è più facile scivolare e perdersi. Ciascuno reca in sé il proprio dolore, che però può anche paradossalmente confinare con la gioia più vibrante, intensa e improvvisa, e il solo errore da non commettere è quello di giudicare. Sbaglierebbe il lettore a credere che quello di Luca per Anna non fosse amore, ma solo una finzione di facciata. In fin dei conti la declinazione di tale sentimento non sempre è razionale e unidirezionale e, in fondo, anche Lisandro, nello shakespeariano (aggiungeremmo che un briciolo di ofelica follia si annida anche nella fine di Luca) Sogno di una notte di mezza estate, dichiarava che «Mai è stato liscio il corso del vero amore».

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