Il party


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Recensione a Elizabeth Day, Il party, trad. it. di Serena Prina, Neri Pozza, Vicenza, 2019, Euro 18.
Coinvolgente, ambiguo e tecnicamente ben condotto il romanzo Il party di Elizabeth Day, giornalista e scrittrice inglese. L’opera si introduce nel filone, se non del party apocalittico, quantomeno dei festeggiamenti nefasti, finendo con l’intessere un disincantato apologo sull’arroganza – e la volgarità – del potere e sulla fugacità di sentimenti apparentemente umanissimi come l’amicizia, non di rado caratterizzata dalla presenza di inquietanti zone d’ombra.
Nasce così la vicenda del principale io narrante di The party, Martin Gilmour, la cui voce si alterna a quella di sua moglie, Lucy, nel riannodare le vicende sino al drammatico momento culminante della festa che dà il titolo all’opera, nata per festeggiare i quarant’anni del miglior amico del protagonista, Ben Fitzmaurice. L’abilità dell’autrice, che quasi subito ci informa che Lucy sta seguendo un programma per curare disturbi di carattere nervoso, risiede proprio nel riuscire a farci cogliere, in pochissime battute, come tra i due il narratore inattendibile sia piuttosto Martin. Cristallizzato nel trauma di un’infanzia e di una fanciullezza infelice, dominata da una madre luttuosa e maniacale, il giovane ha investito tutto sé stesso e i propri sentimenti nell’amichevole sodalitas con Ben, rampollo dell’upper class, suo compagno presso il collegio di Burtonsbury. Un rapporto più simile a un servitium amoris che a un’amicizia tradizionale, anche in virtù del mai accettato (e represso) orientamento sessuale di Martin, morbosamente innamorato di Ben. Sentimento che l’ha addirittura spinto, nel periodo del college, ad addossarsi la responsabilità dell’incidente costato la vita alla bella e solare Vicky, cagionato dalla guida in stato di ebbrezza di Fitzmaurice. Punto più alto dell’amicizia, ma anche principio (o forse no) della parabola discendente che conosce il suo suggello nella serata del party.
Il personaggio di Martin costituisce senz’altro la maggior ragione di fascino dell’opera. Non a caso è stato accostato al Ripley della Highsmith e in qualche modo gli somiglia, perché, in fondo, il suo desiderio di essere accolto dai Fitzmaurice nella famiglia è indicativo del suo volersi identificare – si veda anche l’episodio delle scarpe rosa – con l’amico e quasi sostituire a lui. L’aggressività di Martin però non si manifesta contro gli individui (a farlo sarà invece la generosa Lucy), verso i quali sembra nutrire una sorta di anaffettività, se si escludono Ben e suo padre. Essa però trova sfogo nei confronti di creature animali, il passero dell’episodio fanciullesco e il gatto dell’ambiguo finale. È anche vero che, in quei casi, a guidare la mano distruttrice non è tanto l’odio, quanto invece, e paradossalmente, una forma di pietas, il voler risparmiare a quelle creature la lenta agonia del dolore o della solitudine. Quel maladjustement che Martin stesso sente su di sé, in un senso di derealizzazione, di diversità, di anomalia, che, nel suo caso, si ipostatizza nell’omosessualità rifiutata. Omosessualità che, guarda caso, nel gusto della Day per le simmetrice, riaffiora e reclama i suoi diritti proprio alla vigilia di ogni “ora zero”, quella della morte di Vicky e quella della festa di compleanno di Ben. Un’omosessualità fugace, voluttuosa, rapinosa, puntualmente accompagnata da sensi di colpa e depersonalizzazione.
Il romanzo della Day avvince, specialmente perché il lettore percepisce subito che qualcosa di grave sia accaduto nel corso della festa, ma i narratori svelano il mistero soltanto a due terzi del racconto. Lo stile è fluido e curato, spesso graffiante. Il ritmo è incalzante. Molto efficace l’avvicendarsi degli scenari: la maestosa, ma anche claustrofobica, Prioria di Tipworth, edificio del diciassettesimo secolo acquistato, restaurato da Ben e sua moglie (l’odiosa Serena) e resto teatro del party, l’ambientazione collegiale (nelle analessi) e gli angusti spazi del commissariato in cui si consuma l’inchiesta, in amebeo con la clinica in cui si trova Lucy. Cambiano gli scenari così come si alternano i due narratori, in un relativismo prospettico che rende l’intonazione dell’opera ancor più ambivalente e corrosiva, sino al finale, spiazzante ma aperto, in cui fame di rivalsa sociale e disprezzo, figlio del disamore (o forse di un amore ancor più disperato), si riannodano nella straniante solitudine di Martin e nella lucida follia della sua rêverie di vendetta.

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