La fidanzata impiccata


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Recensione di F. Seminara, La fidanzata impiccata, Ilisso-Rubbettino, Nuoro-Soveria Mannelli, “Biblioteca delle regioni”, 2006, Euro 5,69.
Entriamo a contatto con un’iniziativa di Ilisso e Rubbettino, per la direzione scientifica di Aldo Maria Morace, la “Biblioteca delle regioni” e, in particolar modo, la collana degli “Scrittori di Calabria”, una miniera di testi interessanti, meritevoli di attenzione da parte della critica letteraria.
Ci occupiamo oggi de La fidanzata impiccata di Fortunato Seminara, scrittore di Maropati morto a Grosseto nel 1984, autore di numerosi romanzi, tra cui Le baracche (1942). Segnaliamo il fatto che è stata a lui intitolata una Fondazione che si occupa della divulgazione della sua opera, grazie alla quale l’editrice Pellegrini di Cosenza ha pubblicato numerose sue edizioni postume.
L’edizione di cui, invece, ci siamo avvalsi per la recensione è costituita da un dittico, La fidanzata impiccata e Il diario di Laura. Come evidenziato da Marco Manotta nell’accurata introduzione, i due testi sembrano non essere stati concepiti unitariamente; il secondo sarebbe infatti frutto di un “ripensamento radicale dell’opera, che venne riscritta cambiando drasticamente il punto di vista della narrazione”, anche forse in seguito allo stimolo delle critiche di Calvino e Vittorini. Un problema filologico stimolante, quindi, al di là del quale è però innegabile che il lettore di oggi possa concepire le due opere come movimenti interrelati di un sistema concepibile unitariamente.
Il primo movimento, quello della Fidanzata impiccata, è prevalentemente focalizzato al maschile, sul personaggio di Teodoro, piccolo proprietario di Poggio Fiore, località calabrese legata a un’economia di carattere rurale, e il suo garzone Battista. L’incipit, in una cornice da incubo, evidenzia subito il carattere di Teodoro, taciturno, poco incline al diverbio, animato da un suo desiderio di pace e giustizia e suo malgrado coinvolto in episodi incresciosi. Compare già, nel pensiero del protagonista, l’immagine della fidanzata, effigiata nel suo osservare la vita altrui dalla finestra, in un tempo che parrebbe consacrato all’attesa del maschile e che invece cela un microcosmo all’uomo sconosciuto.
Nella prima sezione, emerge piuttosto un’altra figura femminile (quella della fidanzata, Laura, appare piuttosto evanescente – come l’immaginario del fidanzato la modella – e assume contorni più ambigui e sfuggenti man mano che la narrazione procede verso il finale annunciato nel titolo), Sebastiana, la quale, a nostro avviso, è “donna dello schermo” di Laura, nel senso – diverso da quello dantesco – che esplicita al lettore quei movimenti interiori della ‘fidanzata’ invece nascosti allo sguardo e gradualmente intuibili. Da un lato la donna, maritata, sembra affascinata da Teodoro (proprio come lo è Laura, seppur in un legame ambivalente); dall’altro, si lega alla figura portatrice della catastrofe nella routine di Poggio Fiore. Un forestiero misterioso, che Teodoro aiuta, assumendolo temporaneamente alle sue dipendenze, ma che nasconde un oscuro passato e si serve di un fascino prorompente, di cui l’ipostasi è il dono del canto ammaliatore. Come è stato rilevato, e come si coglie nel Diario di Laura, egli incarna le sirene della città, nella sua eterna antitesi con il mondo campestre. Il canto è però anche metafora del trasporto dei sensi. Il forestiero è lontano dalla sensualità pudica di uomini come Teodoro, che vivono la dimensione amorosa con una certa pruderie. Il suo è il trionfo dei sensi, che stordisce e svia donne come la sventata Sebastiana, ma anche la più riflessiva Laura. Quando egli fuggirà da Poggio Fiore, ricercato, quest’ultima gli darà ricetto in cantina e per lei sarà l’inizio della rovina. Come ha rilevato Manotta, la morte della fidanzata farà sì che Teodoro assuma le vesti dell’“eroe cercatore”, ma Seminara, invece di seguire la sua quête, ha deciso di offrirci il Diario di Laura.
Un totale ribaltamento di prospettiva; gli eventi precedentemente narrati nell’ottica degli uomini sono ora illuminati da ben altra luce. Il punto di vista di Laura, un’intellettuale mancata, che reca in sé quel germe della “disgregazione sofistica” che Sciascia vide nella ‘sicilitudine’. Una donna alla finestra (e i proverbi siciliani dicono bene – e ce lo insegna Verga – come non si debba ‘farle festa’), che spia furtivamente nella vita degli altri quell’amore da cui sente esclusa e che desidera con tutta l’anima. Un esame accurato della psicologia, che si traduce, stilisticamente, in una grande duttilità espressiva, plasmata dai moti dell’interiorità della donna. Movimenti ora meschini, cui seguono volute cadute di stile (“Che posso farci? Dei tuoi errori non ho colpa. Qualche donna t’ha pelato?”), ma anche impennate lirico-visionarie (“Guardo nella strada e il riverbero del sole mi acceca. È un sole feroce. Le mie piante sul balcone sono illanguidite, perché ho dimenticato di annaffiarle; le lascerò seccare, poi un giorno qualcuno le toccherà, sentirà un leggero scricchiolio tra le dita e le vedrà ridursi in polvere. Sarò io quella polvere…”). Un ritratto di donna la cui preziosità è accresciuta dal relativismo prospettico in cui il dittico l’incastona. La cornice rappresentata finisce col risultare realistica, pur nell’impianto simbolico e talvolta espressionistico (si vedano le tragicomiche liti tra Laura e le cugine di Teodoro, esempio di parossismo umoristico), perché, a prescindere dalle deformazioni cui la narrazione la sottopone, resta l’essenza di un male di vivere, sociale ed esistenziale.

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