La bambina che amava Stephen King


 

Dumont

Claudine Dumont, La bambina che amava Stephen King, trad. it di E. Fantozzi, La Corte editore, Torino, 2016.

Apparentemente un horror di matrice psicologica, in realtà una storia d’amore anticonvenzionale: quella dell’io narrante, Julie, per la sorellina Emilie, protagonista di una parabola inquietante, in un crescendo di tensione abilmente dosata dall’autrice. È la vicenda al centro del romanzo La bambina che amava Stephen King (La petite fille qui aimait Stephen King, trad. it. di Eliana Fantozzi), opera della scrittrice canadese Claudine Dumont, edita in Italia da La Corte.

La storia narra del legame tra due sorelle, accomunate dalla difficile situazione della separazione dei genitori. Le ragazze si recano a trascorrere le vacanze estive dalla zia materna a Madawaska (definita dalla protagonista “un campo sterminato. Di patate”), nel Maine. Emilie è autistica “ad alto funzionamento” e vive un rapporto simbiotico con Julie, che riesce a comprendere le sue “resistenze” e a lenire in qualche modo la sua inquietudine. In una delle estati nel Maine, una domenica pomeriggio, in un campo di mais dal quale sembra provenire un richiamo indefinito, Emilie è letteralmente “inghiottita dal suolo”. Quando sarà, faticosamente, strappata all’abbraccio misterioso della terra, inizialmente ridotta a una “bambola di cera”, la bambina ritornerà gradualmente a interagire con Julie. La sorella dovrà tuttavia prendere atto di un perturbante cambiamento: Emilie smetterà di alimentarsi, cadrà in un’anomala forma di anoressia. Comincerà a desiderare di nutrirsi prima di insetti, poi di un topo e, infine, in un crescendo d’orrore, mostrerà interesse addirittura per le mani di una sua compagna di classe… La protagonista scivolerà in una spirale d’angoscia; smetterà persino di alimentarsi, per arrivare a comprendere le sensazioni che affollano la mente della sorellina, sino al sorprendente finale, in merito al quale ovviamente non anticiperemo nulla.

Già nel titolo è insita una citazione.  La bambina che amava Tom Gordon è infatti proprio un celebre romanzo di Stephen King, che tra l’altro non era immune da echi metaletterari e autocitazionisti, dal momento che si faceva in esso riferimento ad atmosfere di opere dello stesso King, come Pet Sematary. Il romanzo cui il titolo ammicca narrava non a caso di una bambina, Trisha, dispersa in un bosco per diversi giorni, situazione alla quale si potrebbe ricollegare (con le dovute differenze) anche la vicenda di Emilie. Quest’ultima, peraltro, nutre proprio una passione per la produzione dello scrittore americano e tende ad assimilare situazioni che vive nella quotidianità ai plot delle storie fantastiche del suo beniamino.

Al di là di questo divertissement metaletterario, l’opera della Dumont si segnala per la capacità di tener desta la suspense e di avvincere il lettore pennellando atmosfere tutt’altro che scontate. Se i campi di mais probabilmente celano la memoria dei celeberrimi “cerchi nel grano”, l’esito in realtà è ben differente. Se l’orrore può conoscere spiegazioni scientifiche e assumere le forme di una patologia il cui nome riconduce a una celebre figura retorica cara ai decadenti, ciò non toglie che nel mistero della metamorfosi di Emilie molto rimanga inespresso, celato, arcano. Così come arcano, ai limiti della follia, è l’amore di Julie per la sorellina, sentimento che finisce con il travolgere il lettore, che ne è quasi contagiato. L’importanza dell’elemento cibo, tra l’altro, ci riconduce all’archetipo materno, cui la protagonista finisce con l’assimilarsi, nel disperato tentativo di frenare il cambiamento distruttivo di Emilie, sostituendosi alla madre ignara. Non è ozioso, a tal proposito, rilevare come proprio il suo configurarsi quale madre-sorella conduca inevitabilmente Julie al rifiuto di quel nutrimento di cui la prima fonte, per ogni essere umano, è proprio colei che lo genera.

Il tutto in uno stile curato, ora tendente al mimetico ora scarno ed evocativo; tale fattore concorre non poco al fascino del romanzo. Fascino riposto nei segreti dell’umana psiche, tanto simile a quel baratro in un campo di mais, in cui gli uomini si muovono tra luminosità e abissi e solo l’amore, forse, potrà salvarli.

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