La verità della suora storta.

 

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Recensione ad Andrea Vitali, La verità della suora storta, Garzanti, Milano 2015, poi Corriere della Sera, Oggi (Le Collezioni di Oggi), Milano 2017.

Il concetto balzachiano secondo il quale sarebbe beato colui che ha una provincia da raccontare ci sembra felicemente declinato nella narrativa di Andrea Vitali, che in Bellano serba un tesoro di storie e atmosfere di notevole interesse.

Ne rappresenta una valida espressione questo romanzo, pubblicato nel 2015, La verità della suora storta, che scorre con levità e si rivela originale, a tratti anche struggente, riuscendo a dosare i toni della commozione, sempre mantenuta entro i binari della medietas, con l’effetto di rifuggire ogni facile patetismo. Se emozione scaturisce, infatti, il processo si consuma nella sensibilità del lettore, ma l’autore non calca la mano e, quando potrebbe indulgere al sentimentalismo, vira verso un incedere ironico, a volte anche grottesco, e salva dalla caduta nel melenso.

Punto di partenza è una sonnolenta controra del 26 aprile di Bellano, quando, potremmo dire con Verga, “non ne va in volta anima buona”. Un novello tassista, “Sisto Santo”, che in realtà ha sempre ben poco lavoro da svolgere, si trova servita una cliente attempata, in visita al locale cimitero. Né l’uno né l’altra possono immaginare che quella che avrebbe dovuto rappresentare una toccata e fuga si convertirà in soggiorno perpetuo. La misteriosa signora volge all’improvviso dal sonno alla morte sulla vettura, mentre il malcapitato chauffeur la sta scorrazzando ben oltre la richiesta, solleticato dall’idea di far lievitare il tassametro.

Ne nascerà prima un’inchiesta per appurare l’identità della donna e, successivamente, l’indagine, condotta dal maresciallo Riversi, con l’aiuto del prevosto, della perpetua e, in maniera indiretta e indolente, del Sisto stesso. Non l’indagine su un delitto, perché apparirà subito chiaro come la signora sia deceduta per cause naturali, ma sulla stranezza, semmai, di quel caso, che attirerà l’attenzione dell’inquirente forse perché, tutto sommato, non ha nulla di più cogente cui dedicarsi. O forse perché subito aleggerà sulla vicenda lo spettro di un figlio misterioso della donna e questo andrà a toccare un vulnus, che però è ancora speranza, di Riversi, il desiderio di divenire padre. Non a caso un passaggio dell’opera vede Riversi pensare ai “figli, i figli di tutti, i suoi, che ancora non aveva, e a quelli degli altri”.

E in fondo egli ha ben ragione di investigare, in una quête che lo indurrà a interessarsi a una delle notabili famiglie di Bellano, quella degli Agliati. Perché delitto c’è stato, non di quelli che conducono all’obitorio con mano violenta. Un crimine più subdolo, il prematuro troncamento di un legame madre-figlio, uno di quei misfatti compiuti sull’altare del falso pudore e del “Punto d’Onore” che finiscono col condizionare irrimediabilmente il corso di alcune esistenze.

Figura chiave dell’opera la “suora storta” del titolo, di cui tutti parlano, ma che avrà voce solo negli ultimi capitoli, per raccontare non “verità” di fede, ma una ben più prosaica realtà. “Storta” proprio come lei stessa è divenuta per una spondilosi, metafora, forse, del corso deviato di un cuore. Figura di cui quasi nessuno ricorda più nemmeno il nome. È lei lo schidione delle storie che si susseguono nei brevi e icastici capitoli della narrazione. Storie che sono abilmente incastonate l’una nell’altra: il meccanico-tassista coi suoi amici gaglioffi e derelitti, la defunta signora Agliati, lo Scatòn, personaggio umano troppo umano, i notabili arroganti, persino il maresciallo e la moglie, con il loro ménage routinario che sperano sia illuminato dall’arrivo di un bambino.

Lo stile di Vitali convince. L’autore si avvale spesso della focalizzazione interna, variandola, a seconda dei capitoli, e spesso riproducendo mimeticamente il parlato del personaggio. Si vedano, per esempio, le incursioni nelle fantasie di Sisto Santo, soprattutto nel finale, in cui emerge grottescamente il contrasto tra le alte rivelazioni che si stanno consumando e l’estrema trivialità dei pensieri dell’uomo. È il dono di una narrativa che ha la qualità della leggerezza senza essere superficiale e che, nell’avvolgersi delle vicende intrecciate con abilità, rivela le curiose alchimie di un’apparente casualità ch’è in realtà causalità e che attraverso la morte dell’anziana “Vera”, personaggio del segreto, conduce all’affiorare inatteso della Verità della suora storta. A noi non resta che auspicare, complice la suggestione del romanzo, che non vi sia delitto – avvenga con spargimento di sangue o con l’effetto di quel dolore che per pudore non versa nemmeno una lacrima – destinato a restare celato dietro la facciata perbenista dell’alta borghesia.

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