Non mentirmi

Non mentirmi
Philippe Besson, Non mentirmi, trad. it. di Leila Beauté, Guanda, 2018.
Autoanalisi e dolceamara confessione connotano il bel romanzo di Philippe Besson dal titolo Non mentirmi, che opera il recupero memoriale e la narrazione di un amore giovanile, il primo a potersi definire tale, vissuto nella stagione dell’ultimo anno liceale con un allievo della classe terminale D, Thomas Andrieu. Ritorna così questo nome, che, come lo scrittore stesso dichiara nel corso dell’opera, era comparso anche in altri romanzi di Besson, a cominciare da Son frère, in cui Thomas e Lucas, in Non mentirmi padre e figlio, erano i due fratelli cui si accenna nel titolo. Nome che celava, pertanto, un mito personale, che in quest’opera prende forma.
Arrête avec tes mensonges è il titolo francese del libro; allude alle parole della madre dell’io narrante, che aveva l’abitudine di etichettare come mensonges quelle storie che già in giovanissima età il figlio si sentiva vocato a raccontare. Non mentirmi, però, è titolo polisemico: potrebbe alludere alla volontà dell’autore di compiere un passaggio dalla fictio alla realtà, e quindi a una narrativa naturale e non artificiale, ma è anche e soprattutto, secondo quanto lo stesso Besson ha dichiarato, riferito a Thomas, con la sua tendenza a mentire a sé stesso e agli altri in merito alla sua natura e ai suoi desideri, per poi finire “in qualche modo (…) ucciso dalla menzogna, dall’autocensura”.
L’opera si apre nel 2007, nello scenario della hall di un albergo in cui Besson sta concedendo un’intervista. A questo punto il passato riemerge imperioso. L’uomo vede davanti a sé una figura che gli sembra balzata fuori dal 1984, un’immagine riveniente dall’adolescenza che gli restituisce all’improvviso tasselli dell’io.
Ecco che indi ha inizio un lungo flashback, che ci trasporta nella sonnolenta Barbezieux di quegli anni, comune della Charente, dipartimento francese della Nuova Aquitania, denominato dal fiume che vi scorre. Dalla cornice cittadina si passa al cortile di un liceo; l’io narrante osserva i gesti, l’abbigliamento degli studenti, per poi emergere dal coro e raccontarci il segreto desiderio che lo legava “a un ragazzo coi capelli arruffati e una barba appena arruffata, dallo sguardo cupo. Un ragazzo di un’altra classe. Della terminale D”, Thomas. Un giovane che senz’altro sarebbe stato chiamato a svolgere lavori manuali e probabilmente si sarebbe dedicato all’agricoltura proprio come il padre, mentre Philippe, studente modello, figlio di dirigente scolastico, appare subito destinato agli studi, all’Università, a un avvenire sfolgorante. Inizialmente sembra che questa passione debba essere un platonico interesse a senso unico, poi all’improvviso, in maniera del tutto inattesa, Andrieu gli si avvicina e comincia una relazione intensa e clandestina, che si concluderà al termine del liceo, quando ciascuno dei ragazzi prenderà la propria strada.
La seconda parte è ambientata nel 2007 e la terza nel 2016 e prelude alla scrittura dell’opera. Dopo aver inseguito il ragazzo della hall, Philippe scopre che si tratta di Lucas, figlio di Thomas. I due converseranno senza abbandonarsi ad alcuna sconvolgente rivelazione. Quando però il giovane tornerà a cercare lo scrittore nove anni dopo, facendosi latore di una terribile notizia, il dialogo assumerà ben altro carattere di sincerità.
Non mentirmi è un’opera struggente. Molto efficace è il ritratto della Charente (“mondo rurale, minerale, quasi immobile, fossilizzato”), in cui un ragazzo come Philippe, dai modi effeminati, diviene oggetto di dileggio da parte degli altri giovanotti – risponderà a tali atteggiamenti con “un silenzio testardo”, “fiero – e Thomas sarà costretto ad attuare una forma di autocensura tale da condizionare e rendere infelice l’intera sua esistenza. Besson delinea con maestria quel mondo, dalle feste studentesche agli squallidi atri scolastici, sino agli ancor più desolati scenari in cui quel primo amore è relegato nella più totale segretezza. Il lessico e lo stile assecondano, con aderenza alla materia, i passaggi della narrazione. Quest’ultimo diviene più ardito, a tratti crudo, nella delineazione delle scene d’amore; il più delle volte appare però elegante, evocativo, spesso elegiaco, in alcuni casi direi anche lirico. In ogni suo passaggio esso è però sempre pervaso da amara dolcezza, ben suggellata dalle parole conclusive della lettera di Thomas, che dà un taglio netto alle tante  mensonges da Andrieu dette a sé stesso e agli altri: “Volevo solo scriverti che sono stato felice in questi mesi che abbiamo passato insieme, che non sono mai stato così felice, e so già che non sarò mai più così felice”.

 

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