Morfisa o l’acqua che dorme

Morfisa o l'acqua che dorme

Recensione ad Antonella Cilento, Morfisa o l’acqua che dorme, Milano, Mondadori, 2018.
Il romanzo Morfisa o l’acqua che dorme segue gli straordinari sviluppi del viaggio di un diplomatico bizantino, il mediocre scrittore Teofanès Arghìli, giunto nella Napoli dell’undicesimo secolo per compiere una missione per conto delle imperatrici di Bisanzio: sposare per procura la figlia del duca Giovanni e condurla a Costantinopoli. Al suo arrivo, la macabra scoperta della testa decapitata della giovane promessa, Crisorroé. L’evento porterà a una serie di complicazioni, legate al fatto che l’incestuoso e infido duca proporrà, in sostituzione della bella defunta, una presunta figlia cadetta dai piedi deformi, Morfisa.
L’opera di Antonella Cilento ha chiari tratti surreali e neobarocchi. La narrazione si muove nel segno della bizzarria e dell’automatismo psichico, in linea con la sua lunare protagonista, Morfisa appunto, la Madonnella mora, l’inesausta facitrice di sogni, complice l’Ovo magico che tiene in vita la città di Napoli e la salva dalla rovina. Figura del metaforismo alla base dell’invenzione narrativa è l’acqua, descritta come mediatrice di viaggi attraverso il Tempo, cui soprattutto a partire dalla metà della narrazione in poi, Morfisa, il suo amato Eughenio – che, per effetto di un salto temporale, è anche il suo nipotino – e il caotico coprotagonista (e antagonista di Morfisa, cui contende il potere delle storie), Teofanès, daranno vita a ritmi vertiginosi.
L’acqua è ipostasi della liquidità del reale, del continuo evolversi e mutare delle forme in altro. Essa stessa diviene magicamente fautrice di metamorfosi come quando Teofanès, immersosi in una fonte, si trova all’improvviso trasformato in Teofànu, dopo aver desiderato di diventare donna per poter finalmente coronare il suo ossessivo amore omosessuale per Michele Psello. La metamorfosi è peraltro resa possibile dall’ambiguità estrema di ogni personaggio. Lo stesso Teofanès aveva sempre alimentato in sé una componente femminea, che rimontava addirittura alle primissime fasi dell’infanzia, in cui una madre bizzarra e ostinata l’aveva trattato in tutto e per tutto come se fosse una bambina.
L’inventio dell’opera ci pone a contatto con un mondo meraviglioso, in cui accade di tutto. Levitano suore, pistrici immani vagano nella baia napoletana, si scatenano faide tra donne seguaci di San Gennaro e Virgiliane, in un contesto in cui si esalta il mito medievale del Virgilio mago. Non a caso al vate mantovano si fa risalire l’Ovo miracoloso, potenziato dalla presenza di Morfisa, che ispira storie nei suoi possessori o in chi entri a contatto con esso.
Tra l’altro una feconda intuizione porta, durante i loro viaggi nel tempo, i personaggi principali a interagire con figure storicamente esistite. Teofanès, entrato in possesso dell’Ovo e trasferitosi in casa del francese Chrétien de Troyes, assisterà inerme – e fortemente invidioso – alla genesi di uno dei capolavori del cantore di Lancillotto, il romanzo cortese Cligés. E ancora si narra, seppure per effetto di un sommario, di un’incursione dei protagonisti nella Ferrara cinquecentesca, alla corte estense, ed ecco spiegata la genesi del poema dell’armonia, l’Orlando furioso, e persino del nome della virago, Marfisa, che sarebbe nato come tributo alla Madonnella mora (in realtà, come sappiamo, la figura era presente anche nell’opera boiardesca).
Lo sguardo dell’autrice è incantato. Al fiorire di storie squinternate, in cui spesso il confine tra sogno e realtà si annulla e gli effetti di ciò che accade nel momento onirico persistono successivamente, Cilento risponde con un stile estremamente fiorito, in cui continua è la variazione di registri e dei ‘modi’ narrativi, dal lirico al fiabesco, dall’epico al picaresco. Dal modo mimetico basso, con innesti di dialetto napoletano, ci si volge senza soluzione di continuità a uno stile ad alta caratura figurale, passando per l’uso frequente di termini tecnici atti a designare i ranghi dell’esercito – si veda il ‘drungario’ – e della flotta di Bisanzio (si pensi al dromone). Alcune pagine si distinguono per la forza visionaria, nel costante germogliare di metafore bellissime, soprattutto nel descrivere l’onirico incontro amoroso di Morfisa ed Eughenio (“Dalle labbra le era uscito un respiro di tramonto, un vortice di stelle, il suono di un vagito. Poi aveva spinto in alto la pancia ed era morta nell’oro. Per sempre avrebbe conservato nella memoria il lungo piacere turchino dell’alba, anche da vecchia”), poi conclusosi con una tragica intuizione (“Ma la felicità giaceva, stracciata dal dubbio”). In altri momenti la visionarietà partorisce immagini come l’apparizione della testa decapitata di Crisorroé, ‘natura morta’ calata dalle reti, a suggellare d’un macabro pittorico e surreale il primo capitolo. E che dire delle ekphraseis, della disquisizione tra Morfisa e Teofànu sulle diverse modalità di amare di uomini e donne, fresca declinazione di temi da querelle de femmes tra il filosofico e l’esistenziale, o delle arcaizzanti “Istruzioni di lettura” dispensate dalla Madonnella mora e intercalate tra un capitolo e l’altro? Un mondo in costante sospensione tra altezza e precipitazione, in cui non manca il fulmen in clausula, con l’uovo di Virgilio declassato a munnezza dalla classica verace mamma partenopea, che chiude il romanzo con levità e agrodolce ironia.

 

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