Qualcosa, là fuori

IMG_20181019_0001

Recensione a B. Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, Milano, 2018.

Un libro affascinante e al contempo “necessario, imprescindibile” (come ha scritto Sepúlveda), questo recente romanzo di Bruno Arpaia, autore che ha già donato alla nostra letteratura opere come L’energia del vuoto e lo struggente L’angelo della storia, dedicato a uno dei giganti della critica letteraria, Walter Benjamin.

Il titolo, Qualcosa là fuori, come l’autore evidenzia nell’Avvertenza in appendice, è ispirato a un saggio di Enrico Bellone, “a mo’ di omaggio postumo”. Il fisico e storico della scienza, scomparso nel 2011, nell’opera in questione aveva scandagliato gli scenari aperti all’uomo dalle neuroscienze, interrogandosi sulle modalità di costruzione del reale, del “qualcosa là fuori”, da parte del cervello.

Un neuroscienziato, Livio Delmastro, è protagonista del romanzo di Arpaia, in cui quella realtà che l’io credeva di poter assoggettare, o piuttosto addomesticare ai propri schemi rapinosi, ha invece preso il sopravvento, per effetto del climatic change, che ha trasformato il mondo in deserto. In questo immaginario distopico, s’innesta la marcia di un gruppo di disperati organizzati, guidati dalla TransHope, società dal nome beffardo, che ha promesso loro di condurli in Scandinavia, unica terra nel Vecchio Continente ad aver conservato caratteristiche di vivibilità (del resto anche oggi ai primi posti per Indice di Sviluppo umano). Ne nasce un’opera sospesa tra passato e presente, sempre filtrata dall’ottica di un io ragionante, quello di Livio, di cui il narratore esterno segue gli ondeggiamenti tra un presente straniato e la memoria di un passato connotato dal passaggio dall’heimlich all’unheimlich.

Lo straniamento mi sembra dimensione caratterizzante dell’opera, a cominciare dal suggestivo incipit (“Forse era un fuoco, oppure una lanterna, quel tremolio rossastro in cima alla collina). Il paesaggio italiano, a noi familiare, è subito reso perturbante, perché stravolto dai mutamenti apportati dal cambiamento climatico; particolarmente suggestiva appare la trasfigurazione in chiave spettrale del Lago di Como di manzoniana memoria.

Nella dimensione della colonna in marcia verso la Scandinavia, tutto ciò che ci è usuale è divenuto ormai oggetto di rammemorazione o di difficile conquista, a cominciare dall’accesso all’acqua, per proseguire con elementi in realtà accessori, ma per l’uomo contemporaneo divenuti necessari (vedi la connessione Internet). In realtà, Arpaia non fa che abilmente condurre alle estreme conseguenze i principi insiti nella “teoria delle catastrofi” e mostrare il possibile risvolto di processi comunque già in atto. Il risultato è un duro contrappasso: quel qualcosa là fuori che l’uomo credeva di manipolare a proprio genio ha preso il sopravvento e si è assistito alla declinazione di un concetto già leopardiano, l’assurdità dell’antropocentrismo. Il genere umano, con la sua miopia (si vedano i discorsi relativi alla mancata adesione agli accordi di Parigi e alla mancata riduzione dei gas serra), ha innescato un processo che riteneva potesse condurre a un progresso e invece ha determinato una distopia regressiva. Centrale, a proposito dell’idea del “tornare indietro” da parte dell’uomo è la sequenza relativa alla vicenda di Alessandria, che non a caso Arpaia stesso richiama nell’Avvertenza finale.

Lo stile è senz’altro uno dei punti di forza del romanzo. Arpaia ha la capacità di fondere l’univoco linguaggio della scienza con il plurivoco ragionare e sentire della poesia. Non mancano momenti di struggente lirismo, accanto ad altri di crudo realismo.

 È un libro che fa riflettere questo, con gli italiani che si trovano ancora una volta migranti, loro malgrado, per sfuggire alla desolazione che ha annichilito il Bel Paese. Con lo spettro dell’hobbesiana guerra di tutti contro tutti ora incarnato (vedi l’esplosione del fondamentalismo, non solo islamico, ma anche cattolico, con la Coalizione di Dio e il presidente Hayne) in luogo di un’idillica e improbabile “fine dei conflitti”. Con l’intolleranza verso il diverso che ritorna persecuzione ed evoca scenari novecenteschi dinanzi ai quali il cuore vacilla, soprattutto se si pensa che forse non sono più così lontani come avremmo voluto.

 Non è la Natura, quella Natura allucinata e allucinante, labirintica e spettrale, a essere matrigna per l’uomo. Il Male risiede in lui. La Natura è vittima di quella stessa contaminazione. Eppure, Qualcosa, là fuori non è un romanzo disperato. Tutt’altro. In quest’apocalisse qualcosa tiene ed è ciò che resta della “social catena”, per adoperare un’espressione leopardiana. È la solidarietà che scatta nelle guide della TransHope, è quel naturale moto d’amore che spinge Livio a prendersi cura del piccolo Miguel, non in quanto surrogato del figlio Matias, ma in linea con un istinto che alberga nella sua anima. Così, laddove “la bussola va impazzita all’avventura”, per citare Montale, una piccola società d’uomini e donne si crea e sorregge e, quando l’“onda del tempo” sommerge, l’uomo non muore solo e illacrimato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...