L’avvocato del diavolo

L'avvocato del diavolo

Oggi il Giano bifronte apre una finestra su uno dei suoi romanzi preferiti, un’opera che risale al 1959 e si rivela ancora oggi di un’attualità straordinaria. Giano ripropone, stralciandolo e operando alcune modifiche, un articolo pubblicato anni prima sul periodico diocesano molfettese “Luce e Vita”.

Quando la fede non s’intride d’amore e non determina un moto spontaneo di carità, essa finisce con l’inaridirsi e s’infiacchisce nella routine. È questo il monito che emerge con vigore nel bellissimo romanzo L’avvocato del diavolo (1959) dello scrittore australiano Morris L. West (1916-1999), uno struggente e ispirato apologo sulla santità, ambientato nella Calabria del secondo dopoguerra, piagata dalla povertà e dalle ferite inferte da un conflitto sfociato in lotta fratricida tra italiani.

“Avvocato del diavolo” o, più eufemisticamente, “promotore della fede” è il ruolo che monsignor Blaise Meredith, il protagonista dell’opera, un uomo all’occaso della sua parabola terrena a causa di un tumore che gli corrode i visceri, riceve dalla Congregazione dei Riti. A lui spetterà il difficile compito di individuare le falle nell’esistenza di Giacomo Nerone, nel corso del suo processo di beatificazione.

 L’opera si apre nel clima maestoso delle gerarchie romane, in un’aura che s’imbeve della perfezione maestosa delle cattedrali, dello splendore dei marmi, contraltari della fede in crisi di Mons. Meredith, ma anche di altri illustri prelati, colpevoli di aver smarrito il contatto con il corpo vivo della Chiesa, il popolo.

Saranno il trasferimento in Calabria e l’incontro con la difficile realtà di due paesi gemelli, roccaforti montane speculari e al contempo antitetiche, che l’indurranno a riconsiderare l’intera propria esistenza e a guardare con occhi diversi, non più velati da canonica diffidenza, ma simpatetici, all’irregolare figura del beatificando Nerone. Tutto lascerebbe supporre l’assenza di reali supporti alla causa: Nerone è un angelo dal viso ambivalente, che ha costretto al ‘concubinato’ una popolana, Nina Sanduzzi, generando con lei un figlio, Paolo, anch’egli marchiato dall’ambiguità, perché succube del fascino del pittore inglese Nicholas Black, in un rapporto ai limiti del plagio omoerotico. Accusato di collaborazionismo verso i tedeschi, Nerone è stato ucciso dai partigiani comunisti: tutto congiurerebbe a facilitare il compito del promotore della fede…

Eppure, in Blaise Meredith, si insinua il dubbio che la santità si sia manifestata con vigore in quel piccolo grande uomo che ha declinato il verbo dell’amore e della carità tra gente defraudata d’ogni cosa. L’aura di serena saggezza che circonda Nina Sanduzzi, la reticenza di coloro che hanno collaborato, inermi o più fortemente collusi con gli assassini, all’esecuzione di Giacomo, la scoperta di un miracolo gelosamente celato dalla stessa Sanduzzi… Tutti questi elementi finiranno con il riconciliare Blaise con sé stesso e con la sua fede e gli ispireranno nel finale un prodigioso, incondizionato atto d’amore. Un ruolo fondamentale in tale progressione sarà rivestito dalle accese, ma amichevoli, conversazioni col medico d’origine ebraica, Aldo Meyer, incarnazione di una tensione al bene, non ancora illuminata dalla grazia dell’incontro con l’amore divino.

Questo romanzo, con poesia e vigore, dischiude una serie di prospettive di riflessione: c’è l’immagine della Chiesa operosa e di quella corrotta, che perpetua il proprio esistere attraverso atti formali ormai privi di qualsiasi slancio interiore; v’è uno straordinario messaggio di tolleranza e si respira anche un incrollabile affetto per le più giovani vite, quelle che necessitano di maggior protezione, perché serenamente possano sbocciare in armonia col mondo.

Emerge soprattutto l’idea che la santità si edifichi giorno dopo giorno, nella costante dedizione al prossimo, nell’abnegazione con cui si è disposti a morire a sé stessi perché una nuova alba d’amore possa sorgere.

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